Lo scorso 20 marzo in Patagonia un enorme iceberg è stato visto staccarsi da una piattaforma di ghiacciai, rotolando in mare, sotto lo sguardo incredulo di alcuni turisti che si aggiravano nei dintorni, in una di quelle escursioni con guida a pagamento. Su una news c’era scritto: “Un fenomeno raro ha deliziato i turisti in Argentina alla fine di marzo”. Difatti, in preda ad una folgorazione improvvisa, i partecipanti al tour
hanno pensato bene di mettere mano allo smartphone e riprendere ogni dettaglio di quel sensazionale avvenimento, per poi rilanciare le immagini sui social, sperando di ottenere migliaia di visualizzazioni. Nessuno si è messo le mani nei capelli, nessuno ha urlato di sgomento, nessuna indignazione per un pezzo di mondo, il loro, che stava sprofondando tra le acque gelide dell’emisfero meridionale. Nessuno ha pensato vabbè sarà pure una visione suggestiva, però, magari dobbiamo dolercene, preoccuparcene un poco, perché i ghiacciai comunque sono una riserva di acqua dolce di inestimabile valore del pianeta che, purtroppo, stiamo perdendo a vista d’occhio, e ad un ritmo vertiginoso. E non si tratterebbe neanche di un fenomeno tanto raro visto che dall’inizio del XX secolo, molti ghiacciai in tutto il mondo si stanno sciogliendo rapidamente. Qualcuno nel postare quella gigantesca reliquia di ghiaccio riversarsi in mare forse non ha avuto il tempo o la voglia di imputare l’accaduto all’innalzamento delle temperature e al riscaldamento globale, tanto meno all’emissioni di anidride carbonica provocate da lui stesso, in quanto uomo; non ha considerato che i ghiacciai hanno una funzione di copertura protettiva sulla Terra e sugli oceani e che grazie al loro effetto riflettente, disperdono il calore in eccesso nello spazio e mantengono il pianeta più fresco. Ed è proprio lì, nel sud dell’Argentina, che gli iceberg, abissandosi, provocano danni irreparabili, come l’innalzamento del livello dei mari ad una velocità mai vista prima. Di fronte ad un gigantesco pezzo di ghiaccio che si stacca e precipita, le reazioni dei partecipanti al tour, dopo l’iniziale sorpresa, non appaiono mortificate o sconcertate per le ricadute sul clima, ma sembrano piuttosto esultanti, se non altro per la soddisfazione di poter documentare al mondo intero quell’incredibile spettacolo a cui hanno assistito, di testimoniare la loro presenza lì, come se il disfacimento del pianeta fosse diventato un docufilm a colori di cui non aver nessuna responsabilità e nessun rimorso. Filmando i disastri ambientali li esorcizziamo e li rendiamo invisibili, innocui. Se si potesse filmare l’innalzamento del livello del mare, in ogni suo impercettibile movimento, il problema smetterebbe di inquietarci. Neanche le conseguenze economiche si possono filmare. Quelli che si preoccupano perché la riconversione ecologica ha un costo eccessivo nascondono i rilevanti danni economici che nell’immediato futuro segneranno il calo dei fatturati, come quelli derivanti dal dover rincorrere e tamponare le catastrofi provocate da eventi estremi sempre più frequenti o dal dover finanziare la scarsità di approvvigionamento idrico nelle campagne e nelle città, nel dover sostenere l’agricoltura, restringendo sprechi e disservizi, o ancora nel provvedere a far funzionare l’industria del turismo in tutte quelle regioni che non potranno garantire un’adeguata quantità di acqua. La spaventosa penuria di acqua che soffoca l’intera area del Mediterraneo è difficile da filmare, ma chi percorre le nostre contrade si accorge mese dopo mese di quanto sia afosa l’aria, di quanto sia arida la terra, di quanto rachitiche stanno diventando le nostre piante, minuscoli i loro frutti, di quanto poco verde sono tinteggiate le nostre primavere. In questi giorni si parla di emergenza idrica in Sicilia, ma è un fenomeno che tutti sappiamo salirà di latitudine nei prossimi anni. Ma questo non ci spaventa, al più ci impietosisce la vista di immensi bacini nel tempo prosciugatisi in piccole pozze d’acqua o smorti ruscelletti, tuttavia ci rifiutiamo di credere che questo sia colpa del disfacimento ambientale. Fin che esce acqua dal rubinetto perché dannarsi l’anima per il riscaldamento globale? Basterebbe chiedere ai vignaioli della nostre terre, quanta acqua serviva venti anni fa per irrigare un ettaro di vigneto e quanta ne serve ora, con i campi asciutti e le temperature che già ad Aprile salgono a livelli mai verificati prima. Si aspettava una inversione di tendenza decisa e incontrastata sul fronte del surriscaldamento da parte del PNRR i cui obiettivi strategici che puntavano sull’efficienza energetica e la decarbonizzazione dell’industria, assieme all’ampiamento delle energie rinnovabili, sono stati via via annacquati e portati al ribasso. Non che questi interventi sarebbero bastati a ridurre nell’immediato l’impatto dei gas serra, ma almeno sarebbero serviti da apripista verso una strategia più focalizzata nel sovvertire il trend perverso dell’impazzimento del clima. I rapporti pubblicati dal Copernicus Climate Change, che studia l’andamento del clima per conto della Comunità Europea, hanno illustrato proprio di recente come l’anno appena trascorso è stato quello più caldo in assoluto che si conosca da quando è in atto dal 1850 la sua misurazione. Quest’anno andrà peggio, ma non sarà sufficiente filmarlo per attenuarne le conseguenze.

