Il cammino del mondo ha subito un’impennata. Il corso delle stagioni è diventato così impreciso e scostante che fa presagire una inevitabile frattura nella continuità del processo storico, cioè un distacco netto con il passato, una discontinuità come quella verificatasi con la rivoluzione agricola dell’ottavo millennio e, dopo, con la rivoluzione industriale del diciottesimo secolo, quando si realizzò un equilibrio più sostenibile tra crescita della popolazione e risorse energetiche a disposizione.
La percezione del cambiamento che avevano i nostri antenati non è proprio la stessa che abbiamo noi. Il futuro veniva considerato un aldilà imperscrutabile, indescrivibile. Il mondo cambiava con una velocità tutto sommato ragionevole, quasi scontata, non si pensava che potesse sfuggire. Oggi invece il futuro è percepito come un’attaccatura del presente, ci soffia sul collo, ci stordisce con le sue domande, i suoi richiami, sempre più perentori, sempre più insistenti, preoccupanti. Nessuna generazione si è sentita così smarrita davanti al proprio futuro. Lo storico Carlo M. Cipolla ricordava che “nessuno aveva mai sofferto nei secoli precedenti anche per la scarsità di cose come l’aria pura, l’acqua pulita e un silenzio riposante, perché erano disponibili in abbondanza”.
Il passaggio del testimone da una generazione all’altra non è stato mai davvero traumatico, nonostante guerre e pestilenze che portavano devastazioni e miseria. Si aveva in mente comunque la convinzione di poter ricostruire un mondo migliore e più accogliente. Spesso si tramandavano gli stessi pensieri, le stesse esperienze, gli stessi umori. Ogni generazione lasciava il proprio mondo con un sentimento di soddisfazione e di gratitudine, consegnando alla prossima un’eredità a volte pesante, ma tuttavia controllabile, mentre oggi i cambiamenti hanno una natura così travolgente, un ritmo così esponenziale e travalicante che, come ha scritto Judt “Non abbiamo idea di che tipo di pianeta lasceremo ai nostri figli, ma non possiamo più cullarci nell’illusione che assomiglierà al nostro”. Rimane una sensazione di sconforto che provoca instabilità e insicurezza, tanto più che l’uomo contemporaneo difficilmente accetta cambiamenti tali da mettere a repentaglio il proprio benessere individuale a beneficio di fini collettivi, ossessionato com’è dalla ricerca della ricchezza materiale, ed indifferente a quasi tutto il resto.
Il mondo occidentale sui grandi temi come il clima, la sovrappopolazione, le migrazioni, le diseguaglianze non si affanna molto nella ricerca di contromisure ormai ritenute indifferibili. Oltretutto una società caotica ed iniqua riduce gli spazi pubblici, concentra la ricchezza, esclude dalla vita politica la maggioranza della popolazione e, soprattutto, incentiva tentazioni autoritarie. Basterebbe la lettura di qualche romanzo di fantascienza per convincerci di quanto potrebbero essere indesiderabile qualche modello di società ambientato in un futuro prossimo. Nel libro 1984 George Orwell immagina una società autoritaria in cui le persone sono dominate da un governo dispotico e onnipotente sotto forma di Grande Fratello, che distrugge e cancella la memoria del passato, disintegrando la coscienza dell’individuo. Ne “Il Mondo Nuovo”, Aldous Huxley raffigura una società controllata attraverso un forzato indottrinamento psicologico fino alla selezione, per via eugenetica, della razza umana divisa in varie classi secondo le singole capacità intellettive e fisiche. La cosa interessante è che lo stesso scrittore, dopo appena quindici anni dall’uscita del suo testo ritenuto allora visionario, rimase sorpreso di quanto rapidamente la società si stesse avviando verso trasformazioni sociali e politiche di natura marcatamente reazionaria e fortemente condizionante. Certo non siamo ancora al controllo delle nascite, tuttavia si nota da tempo l’insorgenza di fenomeni tipici di società chiuse e intolleranti, contrari all’educazione alla libertà, caratterizzate dall’assenza di etica sociale e dalla incomprensione per ogni diversità. Società basate su principi arcaici, in cui si idealizza l’unione con un Dio totalizzante e non certo compassionevole, si acclamano nuovi megafoni di Dio, si impugna il crocefisso come una spada, dove si esalta la purezza ancillare della donna. Nelle società chiuse si preferisce tornare ad un mondo puro e incontaminato, retrogrado, pur di opporsi ad ogni possibile cambiamento, reputandolo, ovviamente, sconveniente e svantaggioso. Negli ultimi anni si è pensato perlopiù di poterla sfangare lasciando guai e grattacapi sulla testa delle prossime generazioni, figli, nipoti. Oggi, però, lo scenario sta cambiando repentinamente ed il timore di assistere ad un futuro incontrollabile e poco rassicurante si mostra sempre più ravvicinato e preoccupante. E, se non altro per questo, forse meriterebbe da parte nostra un poco più di attenzione.

