Ciò che sorprende nel terremoto delle scommesse clandestine scoppiato nel mondo del calcio è la giovane età dei calciatori coinvolti, almeno in questo primo giro di accertamenti; appena ventenni alla cui affermazione sportiva non corrisponde lo stesso livello di maturazione individuale. Tuttavia non si può pensare che si tratti solamente di leggerezza o di comportamenti imprudenti, ma di un radicato malessere che li imprigiona in una personalità ancora incompiuta e molto fragile.
Ed è allarmante come da questa inchiesta venga fuori quanto questi ragazzi siano ritenuti idonei e perfetti professionisti sul rettangolo di gioco e così vulnerabili nel gioco della vita, imprigionati tra le trappole insidiose che il mondo digitale tende lungo il loro cammino, senza saperne soppesare gli effetti e le conseguenze, incapaci di operare scelte meno precarie per il loro equilibrio mentale. Cadono le braccia nell’apprendere questo spreco di intelligenza, questa mattanza di talento che si snoda in messaggi di smarrimento mai veramente compresi, dimenticando che non si tratta solo di giovani ricchi e viziati, ma di giovani vite afflitte da un disagio sociale profondo, orfani di vita, di sogni, di una felicità che, nonostante fama e denaro, non trovano, perché ricercata attraverso lo sballo delle droghe o il brivido delle scommesse, nel tentativo disperato di allontanare da sé ogni forma di dolore e di angoscia. Non ha torto mister Spalletti quando dice che bisogna “fare effettivamente questa istruzione, perché è una tentazione che vedo che nasce in tanti e che porta alla perdizione di tutti i valori”. Bisogna chiedersi cosa hanno in testa questi ragazzi, dove e come hanno vissuto la loro adolescenza e come sia stato possibile che tra genitori e insegnanti, fidanzatine e influencer, incontri sportivi e riunioni con mister e preparatori atletici, non si sia incontrato almeno uno che si sia accorto della loro solitudine o che gli abbia sussurrato un dubbio, avvertito di una possibile insidia, gli abbia suggerito un percorso diverso di crescita, forse più impegnativo, ma più avventuroso. Andrebbe forse approfondito quanto sia oscuro e inaccessibile il senso di frustrazione e di vuoto che provano questi ragazzi nel puntare le proprie fiche su piattaforme illegali solo per sentirsi arrivati e di quanta indifferenza e di quanta poca educazione alla fatica del vivere gli abbiamo riservato, abbandonandoli alla loro altezzosa e gioiosa superficialità, sbalestrati nel pieno di una giovinezza già così sfrondata e arcigna.
E’ vero, siamo stati tutti giovani. Anche noi siamo stati sfacciati e arroganti, a volte dannati e fastidiosi, ma non siamo stati mai soli. Le coccole e le legnate ci arrivavano da tutte le parti. Però siamo sempre stati circondati da famigliari, conoscenti, vicini di casa e di pianerottolo con cui discorrere, fantasticare, litigare ma che ci aiutavano a non deragliare, a tirare la volata, a catalogare rischi e pericoli, aiutandoci a scartare il più possibile comportamenti nocivi per la nostra esistenza. I più bravi sono risultati quelli che hanno imparato tanto dall’esperienza degli altri e dal sostegno di un altro essere umano. Oggi l’unica compagnia resta quello dello smatphone, una presenza perfida che domina i pensieri e indirizza le emozioni dei nostri giovani. Non esiste tutela morale dentro lo smartphone, non ci sono allert, né deterrenze, ma si resta perennemente all’ascolto di un mondo inesistente, virtuale, sempre veloce e impietoso, dove i limiti sono volutamente nascosti, dove tutto è proponibile e tutto è pericolosamente voluttuario. Mettersi in contatto con il web è diventato per questi ragazzi un portentoso scudo dove ripararsi per evitare il timore e lo sforzo del contatto umano, il faccia a faccia, illudendoli ogni volta di avercela fatta per essere usciti indenni dalla paura e dall’impegno di una relazione reale. Travolti dal mestiere di digitare ci si dimentica di vivere. Ciò che avviene, scrive Byung-Chul Han, è la liquefazione del mondo tangibile nelle “non cose” del digitale. Bisognerebbe trattare lo smartphone con maggiore cautela, come un ospite indesiderato, un provocatore, un illustre sconosciuto. Per anni i genitori hanno insegnato ai bambini di non andare con uno sconosciuto, mille volte abbiamo ascoltato la favola di Cappuccetto Rosso come monito, che ci metteva in guardia dal considerare con attenzione proposte altisonanti e malfidate o compagnie difettose. Ora il ruolo educativo dei genitori si è diluito nelle performance richieste da un web sempre più sfrontato e ossessivo. Per questo prima di indignarci e pensare ad una condanna esemplare per questi giovani calciatori dovremmo prima riflettere sulle nostre responsabilità e forse dovremmo persino risarcirli per i danni subiti. Dopo averli tanto osannati, celebrati, adulati come fenomeni, geni del football, fuoriclasse indiscutibili, sarebbe il tempo di comprendere la dimensione di questo disagio diffuso e persistente tra i giovani di oggi, un fenomeno che certo non appartiene solo al mondo del calcio, per riuscire a lenire anche le nostre colpe di adulti, per averli lasciati soli.

