La forza creatrice della parola, la sua autorevolezza, il suo valore espressivo, puntualizza lo spirito umano di ogni epoca, mettendo in luce lo spessore oppure la pochezza della sua classe dirigente, ne rafforza o ne fiacca la tempra morale. Le parole in uso nel periodo attuale risultano spesso smisurate, se non fuori luogo, spesso evanescenti, come particelle di fumo sparse al vento.
Tuttavia, se sono scollegate dalla realtà, se non irradiano il mondo, sono inservibili, restano saette scagliate a vanvera, impuntature folgoranti che possono al più servire a provocare e suscitare clamore, ad arpionare il plauso estemporaneo di qualche soccorrevole elettore. Ci si abitua ad ascoltare parole così scarse e terribili che in un attimo sono ritrattate, ammorbidite, rabberciate. La parola invece, quando è ragionata e contenuta, rappresenta un bene essenziale, consistente, duraturo. Chi voleva farsi sentire, e soprattutto comprendere, ancora in un recente passato, non aveva la necessità di parlare molto, (poche e sentite parole). A volte, per dire il tutto, si reputava sufficiente una significativa e silente occhiata. Invece oggi si sproloquia “a vista” con un tono volutamente aggressivo, fulminante, con lo scopo di strabiliare l’interlocutore, annichilirlo, provocarlo, affinché lo stupore, la trasgressione, siano sempre rinnovati attraverso un incessante diluvio comunicativo, una iattanza verbale autocelebrativa, che tuttavia, nella sua protuberante veemenza, è destinata a rimanere invariabilmente sterile, irrintracciabile, insussistente. In fondo questa nuova classe dirigente prova a misurarsi con se stessa dopo essere stata lasciata a lungo senza parole, senza fiato, ed ora si trova d’improvviso a dover gestire un consenso stratosferico ritenendo giusto dover improvvisare, ritagliarsi un ruolo, farsi riconoscere, anche se la vuotaggine di contenuti, il tono prosaico e sempre più spesso minaccioso di certe forzature verbali non recano alcun prestigio a chi le pronuncia, anzi ne mettono a repentaglio la stessa reputazione; sempre che gli importi qualcosa. Questi energumeni della parola sono sempre pronti ad incedere in un continuo, indecoroso turlupinare, attenti nella ricerca di dettagli indiscreti, battutacce salaci, degne di un osteria di provincia, come è accaduto all’inaugurazione dell’Estate al Maxxi, oppure a lanciare beceri strali contro una giovane donna che ha denunciato di aver subito una violenza sessuale, a denigrare scioccamente una ex valletta televisiva perché ritenuta ormai su con gli anni. Ed è difficile abituarsi all’euforico narcisismo del ministro Sangiuliano, che vanitosamente ha ritenuto di poter votare la cinquina del premio Strega senza averne letto una riga, rifacendosi inconsapevolmente al famoso aforisma di Oscar Wilde: Non leggo mai i libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato. In una circostanza del genere forse al ministro sarebbe stato di grande aiuto la lettura del divertente libro di Pierre Bayard: “Come parlare di un libro senza averlo mai letto” per abbozzare un bastevole notazione critica su dei libri cui, come ha finito per dichiarare, aveva dato solo una scorsa frettolosa. Questa classe dirigente di destra, allo stremo nella rincorsa di una collocazione, di uno strapuntino, si rischiara la voce con parole plateali e roboanti, alla stregua di un chiacchiericcio tra dirimpettai. Ma la funzione, l’incarico, che sia alto o modesto, si svuota, se non si trovano le parole adatte a legittimarlo, preferendole talvolta ad un più appropriato silenzio. Se invece la parola precede l’analisi, il ragionamento, di per sé diventa poco dispendiosa, non costa fatica a pronunciarla, non evoca nessuna tensione morale, per cui la si butta via, screditandola, sprecandola. Naturalmente tanta disinvoltura cresce e si amplifica attraverso le fauci tonanti di Internet dove, com’è risaputo, tutto ciò che transita viene sempre preso per buono, quasi impossibile da confutare, anche quando si tratta di pettegolezzi pruriginosi di nessuna importanza. Il politico che si affida alla punzecchiatura, alla caciara verbale, sa perfettamente che anche ciò che sembra inconsistente può diventare credibile se ripetuto con insistenza e con una dose di protervia, tanta ormai è l’abitudine a dare per scontato tutto ciò che proviene dal web, non potendo ogni volta accertare i fatti tramite l’osservazione e l’esperienza diretta o mettendo a confronto una miriade di fonti. Siamo diventati un uditorio morbido, assuefatto, continuamente maltrattato, anche perché non abbiamo più voglia di stare lì a preoccuparci, non abbiamo più il tempo di verificare ogni panzana. Abbiamo gettato la spugna: siamo affascinati dalla spocchia più che dal contenuto. Le parole non hanno più peso, ci danzano sopra la testa, nebulose e impalpabili, insignificanti.

