Cos’è un pungolo? E’ un suggerimento bonario, uno stimolo che incoraggia a fare la scelta più giusta e appropriata. Un pungolo (da “nudge”) come lo definisce nel suo libro il premio Nobel per l’economia comportamentale Richard Thaler, non è altro che una “spinta gentile” che aiuta a prendere in piena libertà e senza alcun obbligo una decisione per sé più vantaggiosa.
Il presupposto è che siamo portati, per mancanza di tempo, o solo per pigrizia e consuetudine, ad accettare, senza tanto pensarci, qualsiasi opzione preconfezionata anche se non è sempre la più utile a migliorare il nostro grado di benessere. In tal caso una spinta gentile può servire ad assumere comportamenti più adeguati.
Potrebbe rientrare in questo ambito il provvedimento annunciato nell’ultima manovra finanziaria che promette un superbonus per chi paga con carta di credito, bancomat o altre modalità tracciabili. Non c’è un’imposizione nell’utilizzo delle carte, ma si sollecitano le persone a privilegiare i pagamenti elettronici, attratti da una ricompensa, e questo a prescindere se la misura serva o meno a recuperare quel tanto di evasione fiscale.
Più contradditoria sembra la prevista imposta sulla plastica. Probabilmente le manifestazioni oceaniche tenutesi lo scorso settembre per protestare contro l’indifferenza dei Grandi sui cambiamenti climatici, forse meritavano una maggiore attenzione; in effetti, visto la pressoché unanime e solidale condivisione su questi temi, ci si aspettava maggior coraggio e convinzione. Invece la plastic tax sembra un cadeau di basso profilo, un inchino demagogico che annaspa sull’inquietudine della gente e sfiora appena l’emergenza in atto nella degenerazione ambientale. Certo, non è stato attivato nessun pungolo. Sembra un provvedimento tanto per. “furbo e conformista”, persino controproducente rispetto alle sue stesse finalità; difatti avendolo incautamente accostato ai previsti rincari delle sigarette e delle slots, presenti nella stessa manovra, presta il fianco alle inevitabili contrarietà sollevate da quelli che già lo classificano come un’ennesima tassa che penalizza i consumi: insomma un’occasione persa per l’ecologismo.
La percezione forse cambierebbe se la plastica venisse indicata e contabilizzata a parte, senza essere confusa con il prezzo delle merci. In questo modo il consumatore focalizzerebbe l’esistenza del costo specifico della plastica collegandolo alla sua nocività; sarebbe spinto a rifornirsi di acqua nei centri di distribuzione al dettaglio con bottiglie di vetro o potrebbe riconsiderare l’utilità dell’acqua pubblica; in ogni caso impedirebbe a qualcuno di approfittare dell’aumento del prezzo della plastica per giustificare quello delle pere e dei carciofi. Per rendere ancora più “sensibile” il pungolo si potrebbe rendere pubblica la lista delle imprese che producono plastica per premiare nella scelta quelle meno inquinanti, il che senz’altro favorirebbe una maggiore concorrenza tra di loro.
Una decisa inversione di tendenza sulla tutela dell’ambiente non si ottiene certo con i proclami dei summit internazionali dove al più si definiscono planning con tempi biblici o si impartiscono magnifiche lezioni sul riscaldamento globale. L’inquinamento dell’aria, le emissioni tossiche, insieme alla devastazione del paesaggio, sono prassi quotidiane che andrebbero contrastate con iniziative semplici e concrete, coinvolgendo le persone con pungoli efficaci piuttosto che con costrizioni e vincoli.
Sarà pure sconvolgente ammetterlo ma la gente che soffre l’inquinamento è la stessa che inquina. Insomma, chi inquina siamo proprio noi e lo facciamo in modo sistematico, fregandoci da soli; questo accade perché si ha poca dimestichezza con il cambiamento, siamo abitudinari e svicoliamo dalle scelte complicate. In genere ci si adegua al pensiero comune rimanendo preda delle cattive abitudini, difficilmente sradicabili. Per questo da un lato tifiamo tenacemente per la definitiva chiusura dell’Ilva, mentre dall’altro continuiamo imperterriti a buttare cicche per terra e ad utilizzare sacchetti di plastica per la spesa. Ed inoltre non usciremo da questo cortocircuito fino a quando il costo dell’inquinamento rimarrà annebbiato dentro le ricerche dai toni sempre più angoscianti degli scienziati e non inizierà a pesare dentro le nostre tasche. Perché, sarà pure seccante, ma l’aria pulita ha sicuramente un costo e non solo economico.
Il sociologo Jeremy Rifkin ha proposto un Green New Deal globale per salvare la vita sulla Terra: “C’è bisogno di una nuova visione economica per passare da una civiltà fossile agonizzante alla nascente civiltà verde”. Si auspica una nuova rivoluzione industriale in grado di veicolare attraverso Internet una energia rinnovabile digitalizzata e quindi scambiabile attraverso micro-reti. Nel frattempo però non sarebbe male avviare un processo meno ambizioso ma più pratico, fatto di micro-scelte individuali, magari sollecitate da pungoli comprensibili ed incisivi.

