Non sorprende neanche tanto il fatto che buona parte della programmazione televisiva sia incentrata sul genere poliziesco, storie investigative quasi mai torbide che inchiodano il delinquente con modi bonari e garbati. Su tutte le reti vengono scodellate, in un avvolgente turbinio, indagini di ogni tipo portate avanti da magistrati, commissari, marescialli, poliziotti, professoresse, ma anche da preti e persino baristi (I delitti del Barlume).
L’identificazione dell’assassino è diventata una sindrome impellente che appassiona l’affezionato pubblico televisivo. Ce n’è per tutti i gusti: domenica l’energica Imma Tataranni, lunedì l’istrionico Montalbano, mercoledì il poco convenzionale vice-questore Schiavone. Per rendere più accattivante il prodotto finale l’intelaiatura delle sequenze viene spesso “deviata” sui binari dell’introspezione domestica dei protagonisti, mescolando alla fascinazione drammatica dell’inchiesta i buoni sentimenti, per rendere meno aberrante l’orrore del crimine la cui presenza, detto per inciso, non sembra neanche tanto più basilare per lo svolgimento della vicenda giudiziaria.
A cosa è dovuto questo profluvio di format basati su indagini poliziesche? Quale interesse si prova a seguire tutto questo roteare di interrogatori, pedinamenti, impronte digitali, sgommate di pneumatici, false piste e confessioni laceranti? Una dedizione così smisurata non può essere derubricata a fenomeno occasionale visto che la materia ha sempre fornito grandi picchi di ascolto a partire dal tenente Sheridan, perennemente intortigliato nel suo trench alla Bogart, per proseguire con la serie-evento della Piovra che tenne banco per diversi anni ed in cui il commissario Cattani, interpretato da un malinconico Michele Placido, fu acclamato a furor di popolo come il primo eroe antimafia.
E’ stato ricordato che dietro la richiesta spasmodica del noir si nasconde un insistente bisogno di legalità quanto di protezione che, in ogni caso, non si spiegherebbe razionalmente in quanto, contrariamente a quanto si pensa, i crimini, soprattutto omicidi e rapine, negli ultimi anni sono leggermente calati. Invece sulla permanenza ormai endemica dell’elemento criminale in Tv incide la frenesia morbosa con cui vengono rappresentati molti delitti sui media e sulla rete, tale da farli apparire decuplicati e permanenti, suggestionando ed amplificando il senso di angoscia nell’opinione pubblica. Si continuano a citare crimini commessi molti anni addietro come se fossero stati compiuti l’altro ieri.
Ma allora ci si può sentire protetti da uno sceneggiato? Rispetto al legame incerto e scricchiolante tra cittadino e Stato, si preferisce il balsamo cicatrizzante dell’epilogo confortevole di un filmato. Laddove la realtà diventa illusoria, si ripiega sulla capacità persuasiva della fiction. Una realtà virtuale che conforta, che allevia le nostra ansie, cancella i nostri dubbi, a cui si aggiunge l’eccitazione un po’ perversa di sentirsi trascinare dentro un evento misterioso, proiettati dentro una sfida investigativa, cercando, ovviamente, di contribuire a dipanare l’indagine dalle trame più intricate. Siamo così coinvolti nella visione dei film che sentiamo l’opportunità di penetrare la superficie degli eventi per scoprire, come ha scritto John Cawelti, «la sporcizia nascosta sotto il tappeto, il potere segreto insediato nel retroscena». Risolto il caso, svelato il mistero e assicurato il reo confesso alla giustizia ci si sente finalmente pacificati. Tutto questo, standosene al caldo, seduti sul divano del salotto, non ha prezzo.
Il sociologo A. Perissinotto, scrittore di noir, ha studiato la stretta relazione esistente tra giallo e società contemporanea definendo “una valvola di sfogo” quel bisogno provocato dal diffuso e inappagato desiderio di verità, dal profondo senso di vuoto e di poca affidabilità che traspare in un mondo in continua trasformazione. Quando poi il senso di giustizia svanisce divenendo sempre più provvisorio e irriconoscibile, quando la verità ufficiale si percepisce sempre più labile e sfuggente, ciò che viene avvertito nella proiezione dell’inchiesta sembra più credibile e autentica.
Nella sequenza conclusiva tutto viene rivelato e mettere in chiaro che il colpevole non siamo noi, ma qualcun altro, ci fa tirare un sospiro di sollievo. E’ sempre rassicurante constatare che la responsabilità del misfatto sta altrove, mentre noi ne restiamo immuni e sollevati. Sapere che il malvivente è stato catturato e che il bruto sta fuori di noi, ci fa sentire rigenerati, scacciando quel deplorevole e sottile malessere che avvertiamo sempre in agguato, come un disagio pulviscolare, di sentirci nell’intimo comunque complici, per estensione, di ogni reato. Ed è per questo che cerchiamo all’infinito questo bisogno di conferma, comportandoci con lo stesso scrupolo dell’omicida che torna sempre sul luogo del delitto, per assorbire e travalicare l’atrocità dell’atto delittuoso; allo stesso modo noi ci sentiamo rinfrancati per averla fatta franca un’altra volta, perché gli ammanettati stanno dentro lo sceneggiato, distante dal nostro mondo, molto lontano dalla nostra coscienza, lavacro dei nostri più reconditi sensi di colpa.

