
Molti commentatori hanno definito, con molte ragioni, l’attuale crisi di governo bizzarra e irragionevole. Le cronache di questi giorni vanno dal puro sarcasmo all’inevitabile apprensione. La coincidenza, o l’ironia ammonitrice che accompagna sempre le vicende umane, ha voluto che il luogo mediatico in cui è iniziata questa crisi, il Papeete Beach,
a cui ha fatto seguito la disinvolta richiesta di pieni poteri da parte del leader leghista, si trovi a poca distanza dal fiume Rubicone, luogo mitico del grande passo, suggerendo una inequivocabile dissonanza di significato tra il velleitario proclama balneare e quel fatidico “Alea iacta est” di Cesariana memoria. Non fu certo una scelta presa alla leggera quella di Cesare: guadare il fiume e lasciarsi alle spalle una intera esistenza impregnata di vittorie e gesta leggendarie, di trionfi e adulazioni plebiscitarie di intere popolazioni che al suo comando legarono i loro destini.
Cesare comprese però che l’azzardo di quella risoluzione metteva in gioco non solo la sua sorte ma anche l’avvenire di Roma, il suo prestigio, la sua potenza. Un dilemma che dovette comprimergli il cuore facendo traballare per qualche attimo la grandiosa risolutezza del condottiero e lo spirito tenace dell’uomo che proprio perché considerato lider maximo sentiva dentro di sé il dovere morale e la responsabilità politica di fermarsi a valutare con estrema minuzia le possibili conseguenze e le innumerevoli incognite insite in quel gesto temerario. Plutarco ce lo descrive in quella notte di veglia combattuto e inquieto, ribollente di passione eppure imbarazzato da quell’estremo incitamento interiore a cogliere l’attimo, sconvolto dai suoi stessi desideri, dalla sua stessa volontà, immerso dentro un cataclisma universale, “come se ampie porte si fossero spalancate sulla terra e sul mare riversando un immenso fiume di guerra, che travolgeva non solo i confini della provincia di Cesare, ma le leggi stesse di Roma”. Fu una decisione sofferta e dolorosa.
In quel caso tuttavia i pieni poteri se li prese attraversando il fiume, dimostrando come la straordinarietà dell’evento non si improvvisa, ma si arriva all’appuntamento con la storia attraverso una costruzione paziente e meticolosa della propria forza, irrobustendo il proprio spessore di leader anche agli occhi dei propri nemici, se non altro per non far apparire fatua e vacillante la propria impresa come fosse un Masaniello qualunque. Fu lo stesso per il Duce del ventennio. I suoi poteri erano già pieni in quella drammatica seduta parlamentare del ‘24. La descrizione di quei momenti fatta da Scurati in “M – Il figlio del secolo” fa tremare i polsi. Mussolini non era un pischello da discoteca, amava il teatro ed era sicuramente un giornalista di prim’ordine. In quel famoso discorso di fronte ad un aula incredula, rivendicò i pieni poteri quasi come un atto dovuto, aggiungendo: “Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti”. Fu una decisione rischiosa ma non avventata, anche se amara per la repubblica, su cui da tempo aveva lavorato con metodi cinici e spregiudicati, fiaccando opposizioni, seducendo accoliti, spronando prima e calmierando poi gli efferati delitti dei suoi scellerati manipoli. In quell’aula silenziosa, e già piegata da discordie e codardia, nessuno osò replicare, neanche soffiarsi il naso in segno di sfida.
Rivendicare pieni poteri tra lo skakeraggio di un martini e lo sballo di una macarena non è proprio la stessa cosa e gli effetti si sono visti. La scelta è stata sconveniente e spropositata, da guascone felice, che ha messo a nudo un sussiego capriccioso ed una insana prepotenza verbale che poco hanno a che fare con la nobiltà dell’arte politica. Si è delegato la propria popolarità e autorevolezza alla blasfemia del web, ad un laboratorio di astiosa e becera disumanità, preferendo l’accattivante ingiuria di basso profilo all’elaborazione concettuale, compiacendo la propria platea plaudente con vorace supponenza, disprezzando le idee non prezzolate e fuggendo dai propri limiti. Non si costruiscono così le legioni, ma si portano al massacro. Ci si accorge solo dopo che il popolo desidera qualcosa di più.
Machiavelli, che nel campo della scienza politica era uno bravo, spiega che per diventare un buon principe non bastano solo doti naturali ma occorre la buona sorte e l’occasione adatta. In realtà fortuna e occasione il leader della Lega ne ha avute a profusione in questi mesi di governo, senza però essere riuscito ad approfittare dell’una e dell’altra. Questo il suo più grave e forse irrecuperabile danno. C’è un capitolo nel Principe in cui si consiglia di esercitare la propria mente nel considerare le azioni degli uomini eccellenti, esaminando le ragioni delle loro vittorie e la causa delle loro sconfitte: “… un uomo prudente dovrebbe imitare sempre le vie battute da uomini grandi, e quelli che sono eccellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore”.
In definitiva la richiesta di pieni poteri avanzata da Salvini è stata non solo illegittima ma anche autolesionista. E comunque, per evitare ulteriori figuracce, farebbe bene a puntellare la propria leadership senza farsi suggestionare troppo dalle fantasticherie dei social e dall’improvvisazione.

