Accettare di mettersi in gioco a volte non solo risulta rischioso ma c'è bisogno anche di una buona dose di follia. Dare un senso di compiutezza alla propria esistenza, realizzare i propri sogni, poter competere in un mondo frenetico che rotola
e non si ferma mai è una prospettiva che accomuna molti individui, ma che richiede grande tenacia e smania di imparare. Si ritorna sempre a Dante e al suo monito: “fatti non foste a viver come bruti ma….”, ma forse è proprio questo il cammino faticoso che non riusciamo più a fare. Piuttosto che metterci in gioco tendiamo a “stare al gioco”, rinunciando a scoprire virtù ed inseguire la conoscenza perché irretiti in un accattivante campo magnetico traboccante semplicismo, segnati da un lassismo culturale senza precedenti, catturati dalla spavalda rotativa del web, impigriti a presidiare il nulla.
Ci limitiamo a sapere le cose mentre sarebbe necessario comprenderle scrive Tom Nichols nel libro “La conoscenza e i suoi nemici”, in cui analizza il rapporto conflittuale che si è creato tra cittadini che si reputano competenti, solo per aver orecchiato qualche sottotitolo in televisione, e gli esperti con un bagaglio di letture ed esperienze scientifiche. Tutti siamo certi di poter fornire sorprendenti opinioni su qualsiasi tema. Imperversa la retorica dell’io sono uguale a te. L’effetto Dunning-Kruger (dal nome dei due psicologi che lo hanno decifrato), spiega come le persone meno preparate non solo esprimono con disinvoltura barilate di scemenze, ma, allo stesso tempo, è la loro stessa incompetenza, la loro faciloneria a non permettere di rendersene conto. La vicenda dei vaccini esemplifica bene la contrapposizione tra le voci infastidite di presunti competenti, in possesso di argomenti limitati, e le spiegazioni dettagliate di esperti medici che si sono cimentati una vita intera sulla questione. La cronaca scolastica è piena quotidianamente di conflitti tra studenti che si distinguono come geni incompresi e professori sempre più scettici e deprivati di autorità. Ma come fai a far cambiare idea a quelli che scambiano un “meme” che rimbalza sul social con una tesi di laurea?
Ognuno del resto ci tiene alla propria grandezza, nessuno è disposto ad ammettere di non essere sufficientemente preparato per cui si è legittimati a sostenere le tesi più contorte, irragionevoli, anche offensive, perché la sola idea di stare a sentire come stanno veramente le cose ci terrorizza e ci infastidisce franando sul nostro ego. La diffusione della tecnologia ci ha fatto credere che la conoscenza sia davvero a portata di mano, senza scorza dura da morsicare, dandoci l’illusione che la cultura o qualsiasi tipo di preparazione sia diffondibile nel cervello umano in modo innocuo e istantaneo. E’ possibile che l’uguaglianza del web ci ha ingannati, mentre la conseguenza “dell’io valgo quanto te” ci porta dritti verso l’uguaglianza dell’ignoranza.
Per non sentirci da meno andiamo alla ricerca solo di notizie che confermano le nostre convinzioni o i nostri pregiudizi, mentre tendiamo a scartare le idee o le informazioni contrarie. La verità gioca sempre al ribasso e la nostra è sempre quella più convincente. Ad esempio se pensiamo che gli immigrati stuprano le ragazzine scartiamo a priori l’ipotesi che stupratori possano essere gli italiani, e se per caso succede, l’accettiamo solo come infima eccezione. Scrive Nichols “ci concentriamo sui dati che confermano le nostre paure o alimentano le nostre speranze”, rischiando che qualcuno ci accontenti manipolando notizie a nostro piacimento, favorendo così l’espandersi del pensiero unico.
Tendiamo a scartare lo studio critico e approfondito lasciandoci spesso coccolare da impressioni e bizzarrie mediatiche; crediamo di essere preparati su tutto, solo perché abbiamo a disposizione una sterminata disponibilità di dati e notizie che ci ronzano attorno dandoci la sensazione di capirne subito il significato, magari dopo aver leggiucchiato qualche tweet o aver condiviso frettolosamente un estemporaneo farfugliamento che, come per incanto, si trasforma in sensazionale scoperta, in incredibile novità, senza renderci conto che lo spasmodico cliccare sui tasti ci allontana dall’esperienza diretta e dal confronto dialettico, armi preferite dalla conoscenza. Oltre al fatto, come affermano Dunning-Kruger, che le persone sprovvedute che navigano sul web sono “quelle che hanno meno probabilità di rendersi conto che non stanno imparando niente”. Internet resta comunque un inestimabile strumento che aiuta chi fa ricerca ma annulla la pazienza dell’apprendere, il piacere della riflessione, di dirimere dubbi con un’apertura mentale in costante movimento. Ma allora la società si sta instupidendo?
Su questo tema Robert Musil ha dedicato un’interessante conferenza distinguendo due tipi di stupidità, una per così dire solare, quella tipicamente dura di comprendonio, credulona, persino amabile; poi esiste una stupidità di tipo pretenzioso e supponente che non è mancanza di intelligenza ma “il fallimento della stessa intelligenza”, in quanto alcuni si arrogano compiti e aspettative altisonanti che non li competono, perdono la capacità critica, si distaccano talvolta dal senso pratico e dal reale. Esistono pochi rimedi per sanare questa deformazione del pensiero se non il ricorso alla modestia, per quanto un filo sottile a volte divide l’intelligenza dalla stupidità tanto che noi tutti, conclude Musil, ne siamo occasionalmente vittime; la stupidità è sempre in agguato ed è vero che non sempre riusciamo a scansarla altrimenti faremmo tutti parte del mondo della saggezza che resta tuttavia “una regione desertica e inospitale, da cui in genere si fugge”.

