Mimmo Lucano somiglia a mio nonno. Ci sono delle somiglianze che prescindono dai lineamenti del viso o dalla gestualità delle mani. Sono somiglianze incorporee, una sorta di affinità antropologica che avvolge sentimenti e modi di essere;
te ne accorgi dalla tenue tensione delle sopracciglia, dal magone che addolcisce gli occhi, da quel malinconico sorriso, sempre irrisolto e benefico; lo percepisci da quel tenero bisbiglio dialettale, trattenuto a stento tra le pieghe delle labbra, che rileva l’impaccio nel non sapersi esprimere in modo appropriato, ma solo ricorrendo alla potenza inespugnabile delle proprie ragioni.
Anche mio nonno era impacciato come Mimmo Lucano; i suoi erano tempi irrequieti e sconfortanti, ma gonfi di buona volontà, ci si sforzava sempre di essere volenterosi e riconoscenti con tutti, in una sintonia spontanea con i tumultuosi ondeggiamenti della natura: si amavano i suoi germogli così come si accettavano le sue asprezze. Mio nonno era calabrese come Mimmo Lucano ed era un uomo giusto, ma non era necessario essere nati in Calabria per essere giusti. Anche a Lodi ci sono stati nonni giusti, contrari ad ogni discriminazione verso bambini stranieri, perché i nostri nonni sembravano tutti generosi ed operosi, senza tanti svitamenti dell’anima, sempre pronti sull’uscio a dare conforto al primo passante, senza timori né riserve, sapendo che il peggior nemico è il pregiudizio e la cattiva fede.
A quei tempi chi le conosceva tutte le parole per farsi capire? Era facile imbrogliarsi con le parole, come succedeva a Renzo nei Promessi Sposi, forse la fortuna dei nostri nonni è stata proprio quella di parlare poco e stare sempre in ascolto, giravano allora racconti e testimonianze di una umanità confortevole che ora sembrano sepolti dal frastuono minaccioso di questi tempi barbarici, incolti, grossolani, pervasi di falso candore e di progetti punitivi, di cattiveria e “dagli all’untore” (tanto per restare sul Manzoni).
Mimmo Lucano non conosce il tempo della vanità ed è solo vittima della sua grande utopia. E’ cresciuto a pochi passi da Stilo, luogo di nascita di un altro grande visionario: Tommaso Campanella. Per pensare in grande bisogna riconoscerla dentro di sé questa fenomenale ostinazione nel voler costruire il futuro, magari assieme agli altri, con lo stupore degli altri; sentirsi dentro quell’orgoglio silente e cocciuto di lavorare per i figli, per tutti i figli, a immagazzinare futuro resistendo agli ostacoli e ai rimbrotti di una stirpe negletta di intrepidi cialtroni che non potranno mai progettare il futuro, perché rifiutano pervicacemente il presente e tralasciano di conoscere il passato. Temperati e magnifici sono stati i nostri nonni. Caparbi come Mimmo Lucano, perché quando si è ispirati da un’idea prodigiosa, quest’idea ti stordisce e ti arricchisce, si dorme con essa, anche in macchina se occorre, notti impietose, preoccupate, senza sogni, perché è al risveglio che si inizia a sognare, a vagare sdraiati su nuvole fragorose con in testa l’inesauribile provocazione di portare aiuto, solidarietà, sorriso e benedizione. Sentimenti remoti ma immarcescibili, gomito a gomito con la gente. Eccolo il popolo che palpita, che include, in marcia, sollecitato dalla fame e dal desiderio, mosso dalla tenacia. E’ inutile che i partiti lo cerchino altrove, è qui.
E’ qui che si infrange, sbriciolandosi, la paura degli uomini, la loro ignominia, la loro tracotanza, la loro rituale disapprovazione, gratificata da una giustizia obliqua, priva di discernimento. Una giustizia distratta in un territorio senza giustizia, pervasa per secoli da ‘ndrine fameliche che si spartiscono il malloppo del malaffare dividendosi, con la complicità della politica, appalti e finanziamenti pubblici e che se avessero voluto partecipare alla gara per la raccolta di rifiuti nel paesello di Riace l’avrebbero sicuramente vinta a man bassa ed invece l’hanno persino snobbata, forse perché hanno annusato l’insussistenza del bottino, l’impossibilità della tresca. Resta imbarazzante come in uno dei territori più esposti al sopruso malavitoso un esperimento senza dubbio originale e accattivante sia stato tollerato bonariamente dai vertici mafiosi, mentre la giustizia degli uomini abbia cercato in tutti i modi di minarne le fondamenta.
Sembra alquanto difficile che un uomo così possa gettare la spugna. La giustizia, dice, ha un valore più profondo che non quello di preservare una civiltà fondata sulla barbarie. In fondo questo laboratorio di accoglienza appartiene alla grandiosa storia degli esuli, dei rifugiati, degli erranti senza Dio imbarcatisi per disperazione ed approdati su qualche costa per ricominciare a vivere. Da queste parti è già successo alla fine del ‘400 quando colonie di profughi albanesi si arrampicarono sugli altopiani dell’Alto Jonio, seguendo le insenature delle fiumare, per sfuggire alle persecuzioni turche. Allora però non c’erano i replicanti, i sapientoni, pieni di affetto per una terra che in realtà hanno sempre disprezzato e compatito. Per fortuna Mimmo Lucano ha un’altra storia da raccontare, quella di far tornare un timido sorriso a questa umanità raminga che nella Locride cerca solo un po’ di pace ed umano rispetto, senza uccidere e senza offendere nessuno. Mio nonno, penso, ne sarebbe stato fiero.

