“Il calcio, scriveva Gianni Brera, è come certi romanzi: che ti appassionano anche se non ne cogli più della semplice trama” ma egli con la sua proverbiale sapienza calcistica descriveva, irridente e sornione, i più misteriosi anfratti del giuoco de la pelota,
esaltandolo a pathos iperbolico ed infischiandosene altamente della vuotaggine fumosa della plebe pallonara, di certo, comprensibilmente credulona. Nel suo editoriale ci sarebbe stato (pur essendo lumbard dell’altra riva) null’altro che gaudio e riconoscenza per questo strepitoso e roboante settennato juventino. Avrebbe ripetuto, come solito, in alto le bandiere e gli inni, lasciando detto alla vulgata che “il calcio è dramma completo, che non consente sgarri”.
Ancora la Juventus dunque: ma che tragedia! ma che bellezza! che delusione! che trionfo! La dea Eupalla, musa amatissima del nostro, ha infine decretato e benedetto l’ennesimo scudetto bianconero. C’è dunque la storia con la sua sferzante audacia, con tutto l’hardware del calcio giocato: la fronte sfigurata, le meningi incurvate, il rinforzo dei tendini, l’urto degli stinchi, la tensione dei polpacci, le arterie che si gonfiano, l’ars predatoria cazzuta, animalesca, a quattro ganasce. Poi c’è il resto nei suoi disimpegni e delle sue diagonali senza dimenticare la palla! Proprio lei: rotola, sguscia, sguincia, gironzola, si inselvatichisce, si insinua, fa i capricci: a volte sembra che decida tutto lei.
Un accidenti però! Sempre loro, un accidentaccio pesto! Una sentenza indigesta! Una pillola pestifera che si arena in mezzo al gozzo, strozza l’esofago, maciulla il rene. C’è sotto la magagna, l’intrallazzo, la sudditanza. E cantano pure “la storia siamo noi”, ballonzolano i bramini, schiamazzano i trucidi, ma non sarà mica mai possibile? Comunque la storia siamo noi, nessuno si senta offeso, la storia non ha nascondigli, non fa supposizioni, ti spiaccica sul naso un verdetto senza appello, implacabile, carognone. Eppure nel calcio non c’è altro che il campo. E’ tutto lì, in quel rettangolo: l’eccitazione e il divertimento, l’alienazione e lo sconforto. E’ solo in quel momento che si decide e si capisce la storia. “Perché la storia è unica, scrive Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere, non c’è controprova, per questo è leggera come una piuma, come qualcosa che domani non ci sarà più”. Poi, per fortuna, si ricomincia.
Ma quanta sgobba ci vuole per arrivare fino alla fine. Per contare, per non arrendersi mai. Quanti sforzi, quanti impicci! A questo si pensa? Una faticaccia immane, simile alla fatica di Sisifo, costretto ad una terribile sfacchinata per far rotolare sulla cima della montagna un enorme macigno che una volta posato in vetta riprende, per il suo stesso peso, a scivolare giù, costringendo il pover’uomo a ricompiere lo stesso percorso, in eterno. E’ un supplizio crudele quello inflitto a Sisifo, l’eroe baldanzoso, scaltro e imbroglione, incarnazione metaforica dello sbattimento umano. Punito dal consiglio degli Dei, condannato ad una pena tremenda per i suoi ostentati e beffardi turlupinamenti.
Ora Sisifo è ancora là, coriaceo e ansimante, pronto a sollevare e far rotolare il masso, anch'esso a forma sferica, sulla vetta della rupe. Un ciottolo forse lo avremmo sollevato tutti ma per portare in cima un enorme pietra marmorea ci vuole un fegato così e una mente allenata alla dedizione e all’intraprendenza, con una smisurata coscienza delle proprie capacità e del proprio ardore. Nel suo volto deturpato dalla fatica non c’è fatalismo, ma dominio del fato ed una ispirazione voluttuosa e travolgente. Sisifo non può essere mai domo e mai prono, come la Juve di quest'anno. Non ci sono vie di fuga per questo assurdo castigo. La sua è una rincorsa perpetua, un impulso vitale strappato alla voracità della morte, pervaso da un coraggio disperato e da una incommensurabile fede. Serve questo per una salita così impervia e senza speranza, per dare un significato alla propria esistenza anche quando realizzarla sembra impossibile e oneroso.
I miti sono fatti perché l’immaginazione li animi, scriveva Albert Camus, filosofo dell’assurdo, nel saggio “Il mito di Sisifo. Ma è proprio questo sforzo sublime di generosa dignità che umilia la lagnosa goffaggine degli umani, confermandone semmai la sua forza assoluta ed un grande privilegio: quello di vincere ogni istante la propria sorte. Sisifo sembra cosciente della sua condanna e del suo tormentato destino ma resiste e combatte per scoprirsi superiore al destino stesso. Non c’è predestinazione in questo, ma, come nel carattere della Juventus, sopravanza una orgogliosa e imperturbabile consapevolezza, per molti ancora inaccessibile. Alla fine Sisifo, scrive Camus, diventa più forte del proprio macigno.

