Si moltiplicano i segnali di attenzione accompagnati da iniziative meritorie sull’insostituibile valore che assume nel campo dell’apprendimento la scrittura a mano e la lettura su carta. Una buona notizia che sembra quasi scontata: non è infatti saper leggere e scrivere l’espressione simbolica del sistema educativo? Non ne sono le fondamenta?
Il fulcro a cui aggrapparsi nella confusione imbarazzante dell’istruzione pubblica che è sempre più orientata a delegare, quasi esternalizzandolo, il compito di imparare a leggere e scrivere alla invadente voracità degli strumenti digitali? Può sembrare ovvio il superamento delle mitiche asticelle e dei traballanti cerchi abbozzati sulle righe del quaderno di prima classe, ma proprio scrivendo a mano sulla lavagna il maestro Alberto Manzi ha affascinato e alfabetizzato mezza Italia, ricordandoci che per imparare, soprattutto nello studio, ci vuole sempre un maestro che, innanzitutto, te lo faccia amare.
“Leggere e scrivere” sono attività interdipendenti. Agiscono insieme. L’esercizio dello scrivere a mano sin dall’infanzia introduce ordine nella propria mente, amplia i confini, organizza i pensieri, agevola la memoria. Gli studiosi dei processi cognitivi sostengono che quando si scrive i nostri occhi si concentrano sulla punta della penna che, stretta tra le dita, scorre e traccia segni sulla carta, mentre interagisce con il cervello. L’attitudine a scrivere ci rende più coscienti, quindi scrivendo si migliora; così come la lettura di un libro, attraverso il racconto dell’esperienza altrui, aiuta ad orientarsi, ad acquisire sicurezza.
A volte capita di guardare davanti ad un ristorante la lista dei piatti del giorno riportati a mano con un pezzetto di gesso su una tavoletta; restiamo attratti da quell’incerto scorrere del testo, dalla rotondità stropicciata, quasi infantile, da cui emana però una curiosa forza comunicativa, una suggestione che invita, proprio perché coinvolgente, intrigante. E’ difficile trovare le stesse sensazioni in un elenco di pietanze riportate dentro un menù incellofanato che, per quanto lineare e perfetto, ci appare inevitabilmente truccato e inaffidabile; un elenco trascritto su Word non comunica emozioni, non riscalda il cuore, e, nel nostro caso, probabilmente, non stimola l’appetito. Per questo, dopo averci dato un’occhiata frettolosa, chiediamo al cameriere qualche dritta.
Lettura e scrittura si rincontrano poi nel piacere di scorrere la propria calligrafia. Rileggersi è come esplorare un tragitto sinuoso e avvincente, una pista di rettilinei, curve, dossi, punteggiature, scarabocchi, frenate improvvide, sconforti e sbandamenti, seguiti da accelerazioni ….. Rileggere un testo scritto con le proprie mani è come affrontare una seduta analitica, un percorso terapeutico in cui conoscersi e reinterpretarsi. Incatenati nel proprio demone, ne viene fuori un resoconto mai banale sui propri limiti e sulle proprie certezze, riflettendosi come in uno specchio. Attraverso la parola scritta, dice il saggista Antonio Moresco, si riesce a forzare i possibili, non ci si limita a descrivere ciò che si vede o si sente in quel momento, ma si cerca di sfondare lo specchio e passare d’altra parte.
Inoltre solo una lucida cognizione personale attenua, quasi controbilanciandole, le insidie del circuito digitale; il web corre e strombazza (a differenza della fertile quiete solitaria che pervade la lettura di un libro), ma non è così potente come si vuol far credere scambiandolo incautamente come totem della conoscenza, piuttosto che uno sconfinato serbatoio di informazioni parcellizzate e amorfe che vanno comunque elaborate ed ordinate per farle diventare preziose. Siamo forse agli inizi di una riflessione critica se anche un filosofo come Gino Roncaglia (L’età della frammentazione – Ed. Laterza) pioniere e studioso di internet si incupisce pensando alla fatica che dovranno fare gli ansiosi e famelici navigatori del web per poter affrontare un domani “competenze complesse”, privati dallo stimolo imprescindibile dei libri e dall’esercizio della scrittura, soprattutto nella fase formativa, quando la struttura del sapere inizia a prendere forma e a consolidarsi nella mente. E’ noto che la velocità del web crea una dipendenza ingannevole e corruttiva. Proprio da una ricerca sulle dipendenze condotta dallo scienziato Gianluigi Gessa emerge che trascurare la scrittura e la lettura fa perdere progressivamente la capacità critica nell’individuo, producendo un’irrimediabile destrutturazione del DNA; il pericolo reale è che questa mutazione sia permanente e che si possa trasmettere geneticamente sulle generazioni future avviando un processo di “disumanizzazione dell’uomo di fronte alla realtà virtuale”. Nessuno può banalizzare l’effetto propulsivo e irrinunciabile del web ma ci vuole una preparazione e una struttura mentale allenata e consapevole per potersi districare tra migliaia di informazioni e di generiche fumosità, senza farsene irretire. Da qui bisognerebbe ripartire, cioè dall’innegabile e preoccupante realtà che i ragazzi di oggi scrivono e leggono poco e dalla necessità di insegnare loro l’amore per la scrittura e per la lettura.

