Faccio parte di una generazione abituata a menzionare il Vietnam riferendosi più ad una maledetta guerra piuttosto che a un generico paese del sud est asiatico. L’arrivo a Saigon è come un battito di cuore che ha un soprassalto, un tumulto, una frenesia; si viene risucchiati quasi subito
in un immenso caos strombettante e inquieto, non molto dissimile da una indiavolata baraonda di umanità e ferraglia in movimento. Non ci sono più la paura e l’orrendo ricordo dei combattimenti, ma sembra non esserci pace nei cuori e negli sguardi comunque sorridenti e fanciulleschi dei vietnamiti che danno la sensazione di scavalcare quotidianamente le soglie dell’inferno per non precipitarvi dentro.
Nel Vietnam non esistono monete ma solo banconote. Il motivo più che di natura economica deve essere collegato alla difficoltà di molte persone ad impratichirsi nel loro utilizzo, considerato che già la più piccola banconota in circolazione è di 1.000 Dong, meno di 5 centesimi di euro. Scopro inoltre che il Vietnam è l’unico Paese del sud est asiatico che ha una scrittura di tipo latino, cioè senza simboli. Questo è dovuto all’opera di un monaco Domenicano portoghese che inventò di sana pianta una lingua mista di Portoghese Francese e Latino. Ed, infine, scopro la presenza ossessionante e incalcolabile di motorini, soprattutto Honda e Suzuki ma anche la nostra Vespa è diffusa, anzi è la marca più bella e ricercata dai giovani rampanti. In genere sono 120 cc, senza marce o anche 150 cc per i più spericolati. Costano circa 3.000 dollari acquistati cash. magari approfittando di qualche campagna promozionale. I motorini in circolazione sembrano tutti abbastanza scadenti e sfruttati ma solo perché quelli nuovi e sfavillanti sono tenuti un po' più riservati per scongiurare eventuali furti.Dall’aeroporto direttamente nella città vecchia. E’ quasi buio e da dentro la macchina si sentono i strombazzanti motorini che ci accompagneranno per tutto il viaggio anche nei posti più isolati e remoti del paese. Il nostro albergo è di fronte al grande mercato di Saigon che dopo l’imbrunire si trasferisce all’aperto occupando le vie laterali. Un pullulare di baracchini che vendono di tutto, intervallati da fumanti grigliate di spiedi di carne di porco e gamberoni, oltre a frutta tropicale tagliata a pezzetti e venduta dentro bustine di plastica. Ci si fa largo a malapena in questo intrigo micidiale pullulante di gente che cammina o mangia per strada (la chiamano street food) seduta comodamente su sgabelli da asilo nido celesti e rosso sbiaditi per dal tempo. La prima cena la consumiamo dentro un ristorante la cui specialità è il pollo fritto o anche soffritto in salsa di ananas e servito su una base di formaggio fuso. Sarà l’unico pollo fritto decente di tutto il viaggio. Il viale pedonale di fronte al municipio ci sembra l’unica nota gradevole di una città devastata e ingombrante che vanta più di 10 milioni di abitanti.
La mattina dopo c’è la visita al tunnel di Cu Chi simbolo della resistenza e della lotta dei vietcong contro gli americani. E’ noto come i guerriglieri vivevano rintanati in un ginepraio di gallerie sotterranee scavate all’interno di una foresta a circa 15 km da Saigon. Queste trincee per la conformazione del terreno erano resistenti alle bombe e si estendevano per circa 200 km. Rimane ancora traccia di interminabili cunicoli lunghi mediamente trenta metri in orizzontale, poi attraverso qualche scalino scavato in verticale, si accedeva ad un altro livello, per proseguire in lungo o infilarsi in loculi angusti dove coordinarsi e organizzare operazioni di sabotaggio; erano previsti luoghi di ricovero, per riposare o mangiare. La foresta era tappezzata da trappole mortali nascoste nel terreno con dentro congegni ruotanti con punte chiodate. Lungo il percorso c’erano alcuni fori camuffati in mezzo ai tronchi di albero da cui fuoruscivano canne di bambù per fare entrare l’aria, mentre le botole erano coperte da sfalci di foresta. Migliaia di uomini vivevano nascosti con le famiglie in cui il ruolo organizzativo e propulsivo delle donne era fondamentale. Il loro contributo lo vedremo meglio al Museo delle Donne Vietnamite ad Hanoi. Gli americani non sono mai riusciti veramente a smantellare questo arcaico metodo di sopravvivenza mandando allo sbaraglio diversi battaglioni di ragazzi, per lo più servendosi di tribù vicine che avevano la stessa corporatura dei vietcong, bombardando il posto in mille modi con il famigerato B-52 e, in definitiva, senza voler rifare la storia della guerra, camminando in mezzo a questa giungla si ha come l’impressione che questo luogo, forse più di altri, abbia rappresentato la disonorevole sconfitta dell’armata americana in Vietnam ed è per questo che con una punta di orgoglio si portano i turisti occidentali a visionarlo, un po’ come fanno gli israeliani promuovendo l’eroica resistenza di Masada sul Mar Morto, contro l’esercito Romano. Per meglio percepire il disastro inutile e inglorioso della guerra è necessario visitare il Museo dei Residuati Bellici dove si trovano alcune delle fotografie scattate da fotoreporter di professione (alcuni morti durate quel lavoro) che segnano con i loro scatti la crudeltà di un conflitto ingannevole e ingiusto.
Tanto per non finire la giornata ingoiati dall’ angoscia della guerra ci concediamo un giro nel quartiere cinese dove per quasi mille anni i Cantoniani hanno vissuto con i loro traffici e le loro Pagode; una delle migliori è la Pagoda di Thien Hau la dea protettrice dei marinai capace di cavalcare sopra gli oceani per salvare i naviganti. Bellissimi fregi in ceramica sul perimetro del tetto nel cortile. Per i vietnamiti la pagoda (chua) è un luogo di preghiera dedicata a Buddha e non sempre una torre con le ceneri dei defunti, come in Cina, mentre il tempio (den) è una struttura eretta in onore di qualche illustre personaggio politico o di prestigio da onorare e venerare. In questi luoghi di culto si possono trovare spirali di incenso a forma di cono che una volta accesi si appendono al soffitto insieme ad un cartoncino con la relativa supplica. A Saigon si trovano poche ma interessanti tracce della presenza dei francesi come l’affascinante edificio della Posta Centrale al cui progetto per la carpenteria metallica collaborò l’architetto Gustave Eiffel. La facciata come l'androne principale sembra riprendere l’aspetto di alcune stazioni ferroviarie di Parigi dell'epoca, Gare de Lyon per esempio, anche se qui l'ambiente interno è sorprendente per la sua lucentezza e il tocco di leggero sfarzo che emana; tra l'altro, alla presenza di un enorme dipinto sulla parete centrale raffigurante Ho Chi Min, gli Uffici continuano a funzionare ancora. Sul piazzale di fronte delle Posta Centrale c’è la cattedrale di Notre Dame chiusa per restauro mentre sulla statua della Madonna antistante la chiesa campeggia una scritta in latino: Regina Pacis ora pro nobis.
Lasciamo Saigon il giorno dopo, di prima mattina, per scendere sulle rive del grande Mekong, fiume leggendario con un Delta espanso, un vero e proprio pianeta di acqua che unisce la Cambogia al Vietnam. Lasciamo alle nostre spalle migliaia di motorini ululanti e fischiettanti. Un vero incubo. Alcune strade sono state incorniciate da entrambi i lati da alte strutture metalliche con incastonato un enorme fiore di loto, in alcuni viali il fiore è giallo, simbolo regale di felicità e gioia, mentre in altre è rosso, simbolo di prosperità. Alle porte di Ben Tre, sul Mekong, saliamo su una imbarcazione a motore che ci trasporta verso l’interno in alcuni villaggi di pescatori dediti oltre alla pesca anche a lavorazioni come la stuoia e il cocco, qui essenziale da millenni. Il cocco viene fatto essiccare per essere poi sbucciato con forza con un asta appuntita. Con il succo si riesce a fare anche una specie di grappa. Lavorato e bollito in acqua invece si fanno caramelle, naturalmente dolcissime. Noi invece abbiamo comperato una saponetta di cocco. Di questa visita però il ricordo più intenso è stato il sapore caldo del thè con miele che ha assorbito la vischiosa e calda umidità in circolazione. La grande foresta tropicale ci inghiotte con le sue palme e i suoi bananeti, mango e papaya che non ricordavo avesse fusti così sottili con i frutti concentrati in alto. Sembra proprio l’albero della cuccagna. Ci fermiamo a mangiare gamberoni arrostititi, riso con brodo di gamberetti e fiori di banana fritti. Facciamo un giro in una imbarcazione a remi nella giungla silenziosa e selvaggia. Quando la giornata sta per finire ci ritroviamo ai bordi della giungla in una città caotica e sporca, puzzolente di gas di scarico degli eterni motorini. Una città plastificata in cui per non intossicarsi si va in giro con le mascherine sulla bocca. Siamo a Can Tho il centro più importante del delta con 5 milioni di abitanti strapazzati e trotterellanti, dove però si possono ancora vedere i mercati galleggianti che si svolgono nei canali del fiume.
Di prima mattina discendono imbarcazioni con la merce raccolta lungo tutta la dorsale del fiume per essere venduta ai commercianti al dettaglio in una spettacolare cornice di barche che si incrociano negli slarghi formati dallo scorrere dell’acqua. I battelli con le merci da vendere tengono issati su un pennone il tipo di merce in vendita: un anguria, un ortaggio, una zucca. Le merci vengono scambiate con una maestria e una celerità incredibile. Barche che ruotano e rimbalzano intorno ai battelli per trovare il giusto abbordaggio e poter procedere alla compravendita. Uno spettacolo originale e pittoresco. Molta parte di questa attività, diremmo secolare, viene oggi dirottata mano a mano che le strade all’interno della foresta sono percorribili. Però assistere allo scambio di mercanzia sull’acqua con il rematore che voga in piedi e intanto che scambia qualche pettegolezzo contratta e tira sul prezzo e sul peso ti fa pensare ad epoche remote in cui la civiltà del denaro e degli affari era meno invasiva. All’interno di questo ginepraio di canali, quasi nascosti dalla fitta vegetazione della foresta si scoprono magnifici giardini di frutta esotica ben coltivati e ricchi di mango e papaya, di frutto del drago (pianta grassa che troviamo anche da noi ma senza frutto) cioè una sorta di palla rosa grande quanto un arancia con una peluria appiccicata, e poi limes, ananas, passion fruit, jack fruit o meglio definito albero del pane. Diciamo addio al Mekong con un po’ di dispiacere per la natura e lo spettacolo originale di tradizioni e costumi a noi sconosciuti. Torniamo a Saigon dove ci aspetta l’aereo per Hue.
Hue si presenta molto bella dopo la caotica e roboante Saigon anche se la presenza dei motorini non è meno asfissiante. Si viene a Hue perché da queste parti si stabilì all’inizio dell’800 la dinastia Nguyen costruendo di sana pianta una imponente e magnifica Cittadella imperiale con quasi 10 km di fossati, fortificazioni e cinta murarie, templi, padiglioni, edifici in legno laccato, decorazioni in ceramica e vetro colorato, cortili, gazebo, stagni con rocce palpitanti nel centro, diluvi di acqua e giardini infiniti di fiori e piante ad alto fusto, viali di frangipani con i boccioli gialli sul limitare di canali e laghetti abbelliti da ninfee e fiori di loto. All’interno c’è come solito la Città Purpurea Proibita, copia in miniatura di quella primordiale di Pechino. Durante l’offensiva del Tet anche questo sito fu teatro di dispute aeree tra americani e vietcong distruggendone una buona parte. Ci volle l’intervento dell’Onu per farli smettere. La Cittadella (Kinh Thanh) è una struttura mastodontica che sembra non finire mai. La dinastia Nguyen trasferì qui la capitale da Hanoi un po’ perché era originaria di queste parti e poi, a parte il timore per la presenza cinese, il luogo affacciato sul mare si presentava con un clima più ameno e decisamente più salubre. Ci rimase sino al 1945. Da parte loro i francesi per tutto il periodo della loro permanenza in Vietnam li tollerarono trattandoli come ospiti a casa loro. Ma dopo la seconda guerra mondiale dovettero sloggiare definitivamente, per cui prelevarono il loro bottino e se ne andarono a svernare quasi tutti a Parigi, dove si sono definitivamente estinti. Questo mastodontico quadrilatero si trova a ridosso del fiume dei Profumi che immagino sia stato miracoloso per la sua soave fragranza almeno sino a buona parte del Novecento. L’eleganza e la maestosità degli edifici, dei padiglioni e di tutto il progetto architettonico della Cittadella è ispirato al rispetto del corso naturale della cose richiamato dalla filosofia taoista, basata sui principi Feng Shui, cioè tenendo conto dell’influenza del vento e dell’acqua, ed anche sulla personale ricerca di equilibrio e di armonia tra gli inevitabili contrasti che si creano tra i due opposti Yin e Yang. In questo sito equilibrio, armonia e bellezza rifulgono a piene mani.
Si viene a Hue per la Cittadella e per percepire l’evidente gioia sconsiderata e provocante dei ragazzi e delle ragazze vietnamite. La generazione della ricreazione dopo tante guerre e tante tribolazioni riscopre il verbo taoista del flusso rigeneratore, della meditazione e della libertà individuale, senza interferenze e costrizioni di carattere esterno come invece prevede la retta osservanza dei rituali promulgati da Confucio ed ispirati ad un sentimento di integrità e comprensione sociale. I giovani, diciamo così, preferiscono vivere l’attimo, possibilmente senza più sforzi e tormenti. I vietnamiti di oggi sono davvero stanchi di guerra, come la Teresa Batista di J. Amado. Le strade del centro, piccolo e illuminato, sono una festa di colori, grida e musica assordante, locali e sale cocktail gremiti da ragazzine scosciate e ragazzi di cera, gente che ride e vuole dimenticare e divertirsi. Tutti i giorni e tutte le sere. I marciapiedi restano inutilizzabili dai pedoni che sono spinti ineluttabilmente sulla strada o districarsi tra posti di ristoro e parcheggi di motorini. Nessun controllo vale per questa generazione in corsa, colta in un fremente e convulso cammino, attenta soprattutto a cogliere nuove forme di appagamento dopo anni di angoscia. A volte, come in tutte le frenesie di cambiamento, c’è improvvisazione come nel campo della ristorazione dove, a parte lo squisito e pratico cibo di strada, si aprono ristoranti forniti di menù enciclopedici anche se poi in cucina sono pronti solo per un paio di piatti. Così ogni pietanza che voi ordinate ti portano sempre lo stesso cibo camuffato e riadattato, confidando sulla bonaria accondiscendenza del turista di turno. In effetti troveremo in tutto il Vietnam pochi ristoranti davvero all’altezza forse perché, ci dicono, i veri ristoratori sono i cinesi di Canton mentre da queste parti ci stanno provando solo adesso. E’ vero anche che possono contare su cibi freschi e genuini, ma se si va oltre i Noodles in brodo di pollo o verdure, si va verso l’ignoto.
Un capitolo a parte meritano le tombe maestose e spettacolari di alcuni imperatori sparse tra le colline circostanti. In particolare vale la pena citare quella di Tu Duc l’ultimo imperatore a conservare una propria autonomia almeno sino all’arrivo dei francesi a metà ottocento; d’altra parte i francesi arrivarono proprio per la sua arroganza dopo che aveva fatto trucidare diversi missionari francesi. Tu Duc si presenta come un pazzo vanitoso che invece di un mausoleo si era fatto costruire un buen retiro, completa di riserva di caccia, dove soggiornava amabilmente con più di 100 mogli e svariate concubine. E nonostante l’invidiabile opportunità non ebbe eredi. Era alto quanto un germoglio di hibiscus e si vantava della sua intelligenza e della sua sapienza sino a dettare il suo epitaffio riportato sulla stele del sepolcro, ammettendo umilmente qualche sbaglio commesso nella sua sontuosa vita. Fu una specie di Nerone che cantava e leggeva le sue poesie, mentre il popolo tentò di fargli la pelle più volte senza riuscirci. Tutta questa megalomania non gli servì ad essere sepolto in questo magnifico sito perché i familiari avevano il fondato timore che potesse essere profanato; fu inumato in un luogo anonimo e come macabra conclusione i 200 servitori che provvidero alla sua sepoltura furono trucidati per non rivelarne il posto rimasto segreto. Torniamo in Hotel nel primo pomeriggio leggermente affamati e decidiamo di sgranocchiare qualcosa al ristorante. Questa volta mangiamo davvero bene e con tanto di sorrisi e convenevoli che aiutano la digestione. In definitiva, se fai fare a loro senza ordinare, puoi anche avere delle sorprese inaspettate: si inizia con una insalata di Pomelo – simile ad un pompelmo un po’ più dolce a forma di pero - con gamberetti e carne a pezzetti, poi spiedini di porco da avvolgere in pasta di riso con foglie di insalata, cipolla e riso da intingere in una salsina di pesce con arachidi e noccioline, sesamo e chiodi di garofano, per finire noodles in brodo di carne di vitello e vegetali. Tutto buonissimo, per quanto ne so. La sera quasi al tramonto attraversiamo il ponte sul fiume dei Profumi con un taxi, con l’autista quasi paralizzato dall’accerchiamento dei motorini a ruota, per andare a vedere il mercato all’aperto che inizia a colorarsi e profumare di cibi freschi e cotti all’istante, un susseguirsi di bancarelle e grigliate. E’ quasi buio e i venditori si aiutano con delle lampade a pila che illuminano a malapena le ciotole di gamberi, calamari, granchi con le chele roteanti, e poi frutti tropicali, pesce vivo e vari tipi di ortaggi che sembrano davvero tutti freschissimi, come appena colti. Quasi due ore di immersione in mezzo al via vai frenetico di persone che comprano o mangiano seduti sui soliti sgabelli inondati dagli odori aromatizzati trasportati dai fumi fragranti degli arrosti: ci si sente all’improvviso inebriati e spossati, piacevolmente coinvolti come forse dovevano sentirsi quei viaggiatori del medioevo che arrivavano da estreme periferie in un mercato fibrillante di Samarcanda o Istanbul. Noi, più prosaicamente, prendiamo l’intrepida iniziativa di attraversare il ponte a piedi approfittando di un marciapiede laterale inaccessibile ai motorini così possiamo ammirare le luci proiettate sul fiume e le barche che piano ne discendono. Mangiamo su un tavolino apparecchiato (si fa per dire) sul lungofiume. Il vino è profumato, il pollo non chiamatemelo fritto, anche se gustabile, la cameriera con lo sguardo infantile premiata con una mancia in euro per l’impegno, l’applicazione ed il sorriso, commuovente e sincero. In occidente ormai merce rara.
Questa striscia di terra al centro del Vietnam che costeggia il mare è la parte più quieta e invitante del paese. Sono 150 km di spiagge e baie pulite con una frizzante aria rinfrescata dalle montagne circostanti. Un territorio confortante scelto da secoli per trascorrervi giornate piacevoli. Lo fecero i regnanti Nguyen trasferendo la capitale da Hanoi e lo fecero gli americani sbarcando ed iniziando la mattanza proprio da queste parti;oggi ad esempio lo fanno i coreani che hanno attrezzato ad uso proprio un interminabile campo da golf chiamato “Montgomerie Links” visibile dalla litoranea nei pressi della capitale Da Nang. Tutti i week end arrivano in aereo, si fanno i loro tornei e se ne ripartono. I vietnamiti disdegnano il golf ma li guardano giocare e spendere i loro soldi. Da Nang è una città nuova, in piena crescita, con altezzosi grattacieli e spiagge attrezzate. L’attraversiamo tutta, fermandoci per un caffè e fare quattro salti sulla sabbia di China beach. Per scendere ad Hoian è necessario oltrepassare un passo di montagna con tornanti sino a giungere in vetta a quasi 1000 mt per accorgersi di essere sopra le nuvole, infatti si chiama il “passo delle nuvole”. Ma bisogna essere fortunati per trovare giornate senza foschia per godere di qualche scorcio di panorama sotto.
Hoian è sicuramente un gioiellino di città. Si presenta tutta pulita e profumata con un intero quartiere lungo il fiume adibito a isola pedonale. Lì ci si immerge come in un tranquillo borgo rinascimentale dove è custodita, tra stradine e cortili, edifici e giardini, la storia secolare della convivenza tra cinesi e giapponesi le cui zone erano divise da un minuscolo ponticello di legno arcuato sopra un canaletto d’acqua, con annesso tempietto votivo: lo storico ponte giapponese che in epoche remote i due popoli transitavano, a volte guardandosi in cagnesco, a volte collaborando per salvarsi da qualche inondazione. I Francesi lo demolirono appiattendo il passaggio per far transitare le loro automobili ma in seguito i viet lo incurvarono nuovamente e così si presenta oggi. La presenza dei francesi comunque si nota molto perché intere strade sul lungo fiume conservano i loro palazzi ottocenteschi tutti rigorosamente color giallo ocra. I quartieri dei cinesi e dei giapponesi invece si differenziano per la costruzione delle abitazioni, entrambi in legno: i cinesi costruivano il tetto a forma di tartaruga mentre i giapponesi lo inclinavano utilizzando pilastri di diversa misura. Le strade sono tutte addobbate con lanterne colorate che di sera danno un effetto davvero piacevole e romantico su un assembramento di persone inaudito per una cittadina così piccola, persone sorridenti e gioiose, molti tavolini e chioschi fumanti di cibo, negozi di souvenir in ogni ordine e grado. Al tramonto c’è la corsa ad occupare una piccola imbarcazione tipo gondola per farsi trasportare in un piccolo tour sul fiume. Decine di barche ripiene di turisti che si incrociano quasi al buio. Sembra una pista di autoscontro, ma è l’altro volto del becero turismo di massa.
La mattina seguente lo scenario al centro sembra più tranquillo. Il taxi prima ci conduce alle porte di Hoian, al villaggio di Thanh Ha, dove da secoli si lavora la terracotta in una striscia di terra limacciosa che lambisce il fiume. Questa terracotta, utilizzata per sostenere le abitazioni in legno e per la realizzazione di piccoli recipienti per casa, sembra avere un impasto più duro e meno raffinato della nostra ceramica. Nell’atrio antistante il museo sono esposte composizioni dei più grandi monumenti esistenti al mondo tra cui il Colosseo e Piazza San Pietro. Nei dintorni ci sono veri e propri laboratori di terracotta un po’ disadorni ed in verità lercissimi con attrezzature e forni molto arcaici. Street work oltre che street food.
Il taxi ci riporta a Hoian dove tutto il caravanserraglio della sera precedente è scomparso e l’aria è più respirabile. Hoian è bella di mattina presto, silenziosa e gradevole, con dei colori più vivi e asciutti, al riparo dalla immensa folla notturna. Il fiume appare sonnolento ed emana attraverso un filtro di magica foschia umori morbidi e profumati. La passeggiata è riposante e persino il giallo delle costruzioni ad un piano dei Francesi sembra più intenso. Immagino il delizioso soggiorno degli aristocratici e militari, o diplomatici di carriera che facevano la loro bella vita circondati da una miriade di servitù vietnamita. Tutte case ora trasformate in negozi per souvenir o rare boutique di abiti e sandali di pregio, mentre le magnifiche abitazioni in legno nero sono allestite con balconcini pieni di lanterne colorate. Le case private dei vecchi signori locali sono sempre divise da un pozzo di luce in mezzo, con una striminzita scaletta in legno per accedere al piano superiore, che era forse zona dormitorio o anche rifugio tecnico in caso di inondazione che si alzava anche di due metri. Per quanto fosse importante il proprietario, le case non sono abitazioni lussuose ma appaiono semplici e decorose con poco mobilio, il santuario dei defunti da onorare in un antro all’ingresso, con ai piedi il letto del padrone di casa. Molto rigorosa e di grande impatto la casa di Tan Ky che presenta alcune colonne di legno teck laccato nero con illustrazioni in madreperla di alcuni versi delle poesie che lui stesso scriveva. E’ sempre vero che il turismo mondano di notte risulta spesso affascinante e inconsueto ma se vuoi scoprire il volto meno fasullo di una città bisogna sforzarsi di girarla a piedi di mattina presto; in quel momento di silenzio e di calma risalgono, senza richiamarli, gli eventi che l’hanno attraversata per secoli.
Nel primo pomeriggio si parte con la Vietnam Airlines per la capitale. Ad Hanoi il taxi ci mette un bel po’ per arrivare al nostro Hotel prenotato, anche qui, nella centrale città vecchia. Doccia e via. In una città normale si sarebbe potuto, come primo approccio, seguire il percorso consigliato dalla Lonely Planet ma la realtà delle cose non ha reso possibile questo progetto. Impensabile percorrere a piedi per più di due ore una città caotica come Hanoi seguendo il tragitto della guida. Per fortuna siamo in pienissimo centro accanto al lago Hoan Kiem. Ci rendiamo conto che essendo sabato sera migliaia di persone, miriadi di ragazzi e famiglie con bambini, si riversano per queste strade che diventano isola pedonale per passeggiare e godersi lo spettacolo. Ci sono genitori accovacciati per terra con i propri bambini impegnati nel gioco delle costruzioni con piccole tavolette di legno, i nostri lego. Gruppi di giovani che inscenano spettacoli di canto o di ballo, altri che saltano con la corda. Nella passeggiata incontriamo un parco trasformato in un padiglione all’aperto con esposizione di fiori primaverili coloratissimi per una iniziativa comune Giapponese-Vietnamita. Uno spettacolo straordinario colorato di folla esplosiva e straripante in mezzo ad aiuole di margherite, azalee, orchidee a mazzo, petunie, dalie gialle altissime, anemoni e gladioli, zinnie, rami di ciliegio e pesco di un rosa quasi trasparente. Tutti ovviamente a mettersi in posa per una foto. Un sabato sera da ricordare. Anche dopo aver cenato al Petite Bruxelles con la speranza di trovare le moules et frites alla belga, ripiegando, in loro colpevole assenza, su una bistecca ai ferri accompagnata da una saporita Delirium Tremens, troviamo ancora gente per strada che balla musica ritmata vietnamita somigliante, almeno nei passi, al fox trot. Il sabato sera si tira l’alba ovunque e figuriamoci qui dove ci sono intere generazioni che il sabato sera era sdraiata sotto le bombe.
Oggi è la giornata di Ninh Binh sul Delta del fiume rosso. Sulla strada da Hanoi si incontrano dei paesaggi lussureggianti con risaie a perdita d’occhio. Dopo poco più di 100 km si iniziano a scorgere spuntoni di rocce calcaree prospicienti il mare. Questo sito ebbe il massimo fulgore nel X secolo con la dinastia Tran i cui esponenti sono venerati in templi di piccole dimensioni ma molto raffinati di legni intarsiati e laccati con disegni di pigne e ricami di fiori e draghi sonnolenti. Poi all’interno si trova la statua del re sul cui tavolo i fedeli poggiano cibi e bevande e iniziano il loro raccoglimento accendono bastoncini liturgici di incenso inseriti nella sabbia dei grandi vasi di bronzo lucidi. Nell’atrio esterno ci sono le portantine regali con affianco gli arnesi del potere con le effige del comando. Templi circondati da laghetti e alberi di alto fusto tra cui il Cay gao (albero del cotone) dai fiori cremisi che si possono anche mangiare una volta fritti. La cosa più entusiasmante della giornata è la gita in barca a remi nelle gole del parco marino di Tam Coc (tre grotte) sul fiume Ngo Dong. Le donne guidano le barche con i piedi ancorati ai remi. Si risale il fiume con il ritmo quieto e delicato dello sciabordio dell’acqua e l'ammirazione dello spettacolo naturale che dolcemente si dischiude tra formazioni rocciose, vegetazione incollata sulle alture, grotte carsiche levigate dall’acqua e verdi campi di riso ai lati del passaggio. Una bella cosa che rimane dentro. Si torna ad Hanoi dove il silenzio e la tranquillità di questo posto ameno svaniscono in poco tempo. Per fortuna ci buttiamo nell’isola pedonale intorno al lago e quando proprio la stanchezza si fa sentire ci rifugiamo in un ristorante un po’ altezzoso con affaccio sulle luci del lago dove mangiamo accompagnati dalla musica ritmata di una piccola orchestrina. Si mangia bene tra insalata di fiori di banana, granchi e frutti di mare, zuppa con funghi cotti in brodo di piedi di porco. Insomma sarà la cena più cara del viaggio.
La mattina seguente ci aspetta l’escursione alla baia di Halong che è un assoluto. Una tappa fondamentale, una delle più esaltanti meraviglie del pianeta. Un immenso golfo di mare tra la Cina e il Vietnam pieno di spuntoni rocciosi, centinaia di isole e isolotti di natura carsica che risalgono come funghi dall’acqua, ricolme di vegetazione tropicale sui pendii, assumendo fisionomie più strane, una costellazione di monoliti appuntiti o rettangolari che nella foschia che si propaga in lontananza per tutto l’orizzonte si trasformano in sagome sfocate, ombre riflesse in virtuosi miraggi, una specie di favoloso abbaglio. Poi lo sguardo scivola ai piedi delle imbarcazioni dove pesci argentati si innalzano dall’acqua formando carovane danzanti. Ogni tanto una lingua di sabbia formatasi con i ritagli della foresta invita ad una sosta rigenerante. Il sole in questo periodo non saetta e l’atmosfera appare lieve e conturbante. Il mare, al tramonto, si trasforma poco a poco in un oceano verde e smerigliato. Ancora oggi navigare intorno a questi isolotti è una delizia nonostante lo sforzo dell’uomo, accecato dalle brame del turismo di massa, di corrompere questa natura selvaggia e incontaminata. Comunque anche al netto delle stupidate proposte dal turismo tuttofare come la gita in kajack, la cottura sotto pressione dei gamberetti, il bagno tremulo sulla spiaggetta, l’inutile visita di una grotta calcarea, vale la pena sostare al cospetto di questa meraviglia per il solo fatto di potersi fumare mezzo toscano sulla tolda dello Giunco, osservando le stelle e immaginando oltre il buio le migliaia di presenze gigantesche che ti circondano mute e circospette, seguito dal risveglio tra queste figure affioranti dall'acqua quando le prime luci dell’alba arrivano accompagnate da una bruma leggera che risale dal mare. Alla fine della gita tanto è lo stupore per questo posto incantato che si accetta volentieri persino l’idea immaginifica che sia stata la furiosa corsa di un enorme drago a far emergere con il suo peso tutti questi isolotti, dopo essersi buttato in mare. Non può essere che così, non può essere stato diversamente: may be. Il ritorno ad Hanoi passa per una strada trafficatissima e insidiosa. C’è solo una piccola autostrada alle porte della città e per arrivarci bisogna passare da villaggi incasinati di motorini che tengono imperturbabili la corsia di destra mentre tutti gli altri veicoli, macchine pullman e camion tengono la sinistra, quando si sorpassa c’è prima un frenetico strombazzare come avvertimento. Dopo quasi quattro ore di pulmino arriviamo ad Hanoi abbastanza stanchi; ci sono state due soste ad un mega store dove si può trovare di tutto persino statue di marmo grandi il doppio delle persone; per questo sono attrezzati per fare arrivare a domicilio qualsiasi pezzo, infatti all’ingresso è esposto una enorme tabellone-tariffario per tutte le destinazioni del pianeta da New York a Londra. Un’altra sosta per vedere una coltivazione di perle con ostriche aperte con le forbici del chirurgo per estrarre perle ad uso turistico. E’ incredibile come nessuno compra mai niente, quando poi si è costretti.
Torniamo a piedi in Hotel dove avevamo lasciato le valige due giorni prima. C’è ancora il tempo per andare a mangiare al ristorante dell’Hotel al 10° piano. La solerte e minuscola cameriera ci avverte che uno chef is sick e quindi a malapena può portaci due coppe di Noodles con vegetali e pollo con un piatto di patatine riscaldate della mattina. Anche con uno chef che ha marcato visita riusciamo a rimpinzarci un po’. Alle 21 andiamo alla stazione ferroviaria di Hanoi che a prima vista sembra davvero molto piccola per una metropoli superaffollata. D’altra parte la rete ferroviaria in Vietnam è poco efficiente e questo tratto per Sapa fu costruito dai francesi desiderosi di soggiornare in un posto salubre di montagna per il loro sollazzo e forse anche per curarsi delle loro infezioni. La cuccetta singola è confortevole, appena si parte ci sdraiamo e buona notte, cullati dal cinguettio delle rotaie.
Si arriva a Lao Cai al confine con la Cina alle 06,10 di mattina. Piove con degli scrosci leggeri ma insistenti. Si fa colazione in un posto di ristoro oltre la piazzola antistante la stazione con thè bello caldo e profumato, fette biscottate con burro e marmellata di fragole. Ci aspetta una macchina con autista per condurci al mercato settimanale di Sin Cheng attraversando oltre 50 Km di altopiani e vallate piene di curve con paesaggi colorati di risaie a terrazzo e casolari rivestiti di legno consumato dal tempo circondati da bananeti e piccoli orti di fiori. Si notano pochi o niente mezzi meccanici per la lavorazione del terreno. Si iniziano a intravedere donne vestite con gonne larghe dai colori sgargianti perché entriamo in un territorio dove in un percorso di tempo millenario una moltitudine di etnie hanno attraversato i confini e si sono insediati tra queste valli tentando di sopravvivere agli incerti dell’esistenza. Il mercato che si tiene a Sin Cheng è uno dei più grandi e pittoreschi della zona di Sapa, meno turistico di quello tenuto la domenica a Bac Ha ed è un tripudio di colori e di gente con neonati in spalla dediti a comprare derrate alimentari e verdure fresche, soprattutto verze e foglie di rape che cuociono in brodi insieme a cipolla e qualche pezzetto di carne per fare ottimi Noodles; si trova lo zenzero, patate, uova di galline e di papere, canna da zucchero maciullata da donne nerborute con il macete e venduta a pezzetti, tavoli con carne di bue macellata sull’istante. E poi tavolate come nelle migliori sagre paesane piene di gente che mangia beata in gruppi sorridenti e pieni di allegria. Qualche motorino arranca tra la folla. Fiera di bufali enormi e possenti in disparte. Mi ritrovo a contrattare una piccola pipa ad acqua in ceramica. Non si può dire che tutto il vestiario sia cucito a mano, ma certamente si respira un’aria meno contraffatta dei mercati occidentali. E poi se non si trova qui qualche cineseria, proprio al confine con la Cina!
Entriamo in un villaggio della tribù Hmong proveniente dalla Birmania riconoscibile dal cappello di cotone color nero con cui si cingono il capo. Le famiglie del villaggio coltivano il granturco con cui fanno pure una buona grappa. Ci sono terrazze con piantagione di riso. In questi luoghi più freschi e meno assolati il riso viene coltivato direttamente con le piantine immerse nel terreno bagnato in primavera. Mentre al Sud del paese e nel delta del Mekong si seminano i chicchi di riso che possono sfruttare maggiore calore e umidità per la loro crescita. Da un punto di vista qualitativo sembra che il riso di queste montagne sia migliore un po’ per il terreno meno duro, un po’ per la presenza di acqua meno inquinata. Per raggiungere SAPA bisogna tornare a Lao Cai e inerpicarsi su una salita di circa 40 Km piena di tornanti fastidiosi che l’autista sembra conoscere alla perfezione almeno a vederlo dimenarsi tra latrati di motociclette e carovane di camion appesantiti dal trasporto di materiale edile. A Sapa si costruisce strenuamente. I sorpassi sono da infarto. La foschia del tramonto complica e aumenta il grado di rischiosità di certe manovre piuttosto avventate. Anche il primo impatto con Sapa in una vallata a circa 1.660 metri è deludente perché avvolta interamente in una nebbia fatiscente. D’altra parte considerata la giornata pesantissima ed un’altra notte che si è dormicchiato in una cuccetta di treno si fa in tempo solo a mangiucchiare qualcosa tipo due ali di pollo e due sfilatini di porco arrostiti alla brace e poi è nanna profonda.
A nord di Sapa, verso il confine con la Cina, si estende un territorio montano reso fertile dal lavoro secolare svolto dalle varie tribù nomadi provenienti da Paesi vicini (in tutto il Vietnam se ne contano più di cinquanta) trasferitesi sempre per i soliti motivi: o perché perseguitati o perché in cerca di pascoli più rigogliosi o costretti da qualche cataclisma naturale o da qualche guerra di potere. Scappare è il destino dell’uomo sin dai tempi remoti di Enea e la sua truppa di Troiani. Attraversiamo con calma colline e altipiani verdeggianti e scendiamo in mezzo a vallate piene di risaie a terrazzo, mentre su alcuni pendii assolati si iniziano a coltivare rose e roselline ora non ancora fiorite. Ogni tanto svettano ciuffi compatti di bambù. Ci allunghiamo sino al villaggio di Ta Giang Phin su strade spesso sterrate e piene di buche; non è un villaggio come lo intendiamo noi ma un percorso intervallato da piccoli poderi con casette in legno dove ogni famiglia vive coltivando il suo pezzetto di terra avuto in concessione. Lo Stato oltre a questo non riserva nessun altra provvidenza o sussidio. Le casupole sono spesso diroccate e mal conservate; gli squarci nelle pareti provocati dalle intemperie e dalla scarsa manutenzione sono tamponati con sfoglie di legno inchiodate; d’inverno sarà un supplizio non far penetrare il freddo. Dentro lo stanzone solo un forno a legna per cucinare e riscaldarsi, stuoie per dormire e un tavolo per mangiare. Le sedie non servono. C’è un piccolo soppalco usato per deposito e magazzino per viveri. Sono luoghi bui dove per risparmiare il costo dell’energia si tiene accesa una flebile lampadina. Mentre per le strade non esiste alcuna illuminazione. Il calpestio appena fuori dall’uscio è cosparso da uno strato melmoso di escrementi di galline e maiali e sterco fradicio di bufali impiastricciati, mentre gli attrezzi per l’uso agricolo sono ammucchiati dappertutto. Ruscelletti di acqua striminziti come gocciolatoi scorrono tra le pietre sul limitare polveroso della strada. Ci soffermiamo a guardare la coltivazione di un campo che dopo essere stato recintato con muretti di pietra viene arato con un attrezzo simile ad un rastrello con punteruoli trainato da un bufalo che spiana il terreno, rompendo le zolle e livellandolo per il passaggio dell’acqua che pian piano allaga l’intero rettangolo di terra argillosa. Quando tutto il terreno sarà riempito di acqua si potranno inserire le piantine di riso. Marito e moglie conducono ciascuno un bufalo mentre quella che ci sembra la nonna provvede a spostare pietre di intralcio tenendo sulla schiena un neonato. Dall’alto del cocuzzolo un altro figliuolo di 3 o 4 anni osserva i suoi genitori spaccarsi la schiena prendendone mentalmente conoscenza. Una fatica immane, un lavoro disumano. Ripenso al libro “La Buona terra” di Pearl Buck che racconta le commuoventi peripezie della famiglia di Wang Lung. Su un altro podere un’altra famiglia sta costruendo uno steccato utilizzando lunghe canne di bambù. Prima il figliuolo di quasi 10 anni aiuta il padre a spaccarle con il macete, dividendole in due lunghi fusti scavati, poi vengono legati a fasce tra di loro per alzare lo steccato. Lavori che si facevano non più di cinquanta anni fa nelle nostre zone meridionali. Ora gli steccati non servono più perché si alzano direttamente muraglie in cemento. Lungo la passeggiata attraversiamo qualche traballante ponticello in ferro ed anche alcuni torrenti di acqua, togliendoci ogni volta le scarpe. Incontriamo qualche scuola elementare molto colorate e pulite. E’ l’ora di pranzo per cui molte mamme vanno a prelevare i loro bimbi accompagnandoli a piedi verso casa sorridenti e divertiti. Le scuole elementari in Vietnam sono gratuite mentre a partire dalle medie qualcosa costa. Nel nostro lungo cammino non abbiamo trovato uomini ma solo donne che travagliano in casa e tengono d’occhio i bambini che se ne vanno a spasso per queste contrade a gruppi, senza paura di rischi e pericoli. Questi bimbi che sembrano davvero felici e per niente spaventati non sono più smaliziati di come lo potevamo essere noi cinquant’anni fa. Più ci si avvicina a Sapa più troviamo ambienti più civilizzati come nel villaggio dei Dzao rossi che abitano casupole in mattoni con coperture inclinate di eternit, circondati da orti ben tenuti con cespugli di verze gigantesche come orecchie di elefanti e vivai di magnifiche orchidee pronte per essere vendute, anche senza vaso, ai mercatini della zona. Scopriremo più tardi che alcune specie di orchidee sono piante parassite, come il vischio. Sta per finire una giornata interamente dedicata alla scoperta di questi villaggi abitati da tribù antichissime che vivono la modernità senza fretta. Abbiamo percorso a piedi quasi 10 km e i polpacci domani mattina si faranno sentire. Infatti appena alzati i polpacci sono due stecche di biliardo. Bloccati. Bisogna metterli in movimento con cautela. Stamattina in attesa di prendere il bus per Hanoi ci intrufoliamo nel mercato locale pieno di costumi colorati, gonne, borselli, copricapi e banchi ricolmi di coltelli e maceti da campo, verdure e orchidee in vaso o in zolla, anche capovolti. Il nostro pulmann è chiamato autobus dormitorio perché al posto dei sedili ci sono lettini reclinati che si possono trasformare in letto. Si accede al corridoio togliendosi le scarpe e ci si accuccia sdraiati. Il tragitto per Hanoi è lungo quasi 300 Km per 6 ore di viaggio, con due soste. Dopo essere discesi obbligatoriamente dai tornanti per Lao Cai la strada diventa un autostrada in buone condizioni che costeggia la direttrice del fiume rosso cosparso di campi di riso e qualche bella fattoria rigogliosa di acqua e vegetazione. Il fiume ogni tanto tende ad allargarsi per farci entrare i suoi affluenti che defluiscono dalle montagne vicine formando piccoli laghetti incorniciati di vegetazione lussureggiante. Un paesaggio riposante e godibile al di fuori dell’inquinata aria delle città. Serata di shopping ad Hanoi in un centro commerciale modernissimo con tutti i brand internazionali e con pochissima gente a comprare. Ma vogliamo scherzare? Cena a base di granchi ripieni.
Ultimo giorno ad Hanoi non possiamo non visitare il Mausoleo di Ho Chi Min immenso e granitico somigliante ad un fiore di loto stilizzato che si innalza su una spianata antistante di vialetti coperti da fili di erba verdissimi. Dietro il mausoleo si trova la residenza del grande condottiero immersa in un parco ricoperto di conifere, arbusti in fiori e viali di alberi da frutta, campi di pompelmi, laghetti e ponticelli, la sua casa su palafitta. All’ingresso del parco si trova la residenza di rappresentanza del presidente del Vietnam tutta giallo lucente, però, neanche a dirlo, non visitabile. L’ordine e la pulizia che regna in questo posto lo fanno, per ovvie ragioni politiche, il luogo più specchiato e dignitoso di tutto il Vietnam. Chissà se lo zio Ho aveva immaginato tutto questa lucentezza. Ovviamente si evita accuratamente di sottostare a tre ore di fila per vedere il suo corpo imbalsamato all’interno del Mausoleo. Non ci sembra il caso, non lo abbiamo fatto neanche per Lenin sulla Piazza Rossa, e, se per questo, neanche per Mao a Piazza Tienanmen. E, comunque, con il ‘68 abbiamo finito. A piedi percorriamo qualche centinaio di metri per raggiungere un piccolo tempio buddista fatto costruire da un monarca nel XI secolo a ringraziamento per una paternità insperata avuta da una persona di rango inferiore, ma evidentemente più adatta allo scopo. E’ chiamata la Pagoda ad un pilastro solo perché poggia su un unico pilastro di pietra immersa nell’acqua di un laghetto artificiale per somigliare in tutto ad un fiore di loto (il pilastro, poi fatto distruggere dai francesi, era pure in legno); si sale una minuscola scaletta in pietra per affacciarsi dentro un minuscolo tempietto dove si riversano diverse coppie appena sposate per propiziare una o più stagioni di fertilità. All’interno della nicchia si trova una piccola statua della dea Kali la grande madre induista, forte e indistruttibile, rappresentata con le sue 6 braccia. Poco distante dal Mausoleo c’è l’interessante tempio della letteratura che ha una storia davvero notevole e pieno di significato ancora oggi. Il tempio fu costruito in onore di Confucio nell'anno 1070 da un re preveggente. All’interno si trova la statua di Confucio e di alcuni suoi seguaci. Qui si insegnavano naturalmente i testi confuciani oltre a quelli letterari e storici. All’inizio la scuola era frequentata solo dai figli dei regnanti e dei loro funzionari, ma in seguito fu allargata a tutte le classi nobili, anche se l’accesso era così difficile e impegnativo che solo pochi di questi studenti riusciva ad accedervi. C’è rimasta traccia degli studenti più preparati nel corso di 300 anni i cui nomi sono scolpiti su alcune pietre piastrelle, mentre nel cortile interno sono menzionati gli studenti che hanno eccelso su 86 stele incastonate sul dorso di tartaruga in pietra. Simbolo di longevità. E’ buon uso per gli studenti andare a toccare il muso delle tartarughe o andare in gruppo a visitare il tempio per dire qualche preghiera in attesa dell’esame dell’ultimo anno. Nel corso di quasi 700 anni la scuola ha continuato a funzionare avendo l’aria di un vero e proprio college ante litteram, circondato da possenti mura in un oasi di pace e silenzio, tra stagni ricoperti di fiori e vialetti alberati, separato dal caos della città.
Caos in cui ci imbattiamo inesorabilmente per raggiungere la pagoda buddista sul fiume, nel centro di Hanoi, denominata la Pagoda di Tran Quoc, la più antica di Hanoi risalente al ‘500 con una struttura stretta e alta, innalzata su 11 livelli per 15 metri di altezza, circondata dalle tombe dei monaci più rappresentativi. E’ l’unica pagoda dove abbiamo sentito intonare recite e orazioni collettive con donne inginocchiate rivestite da mantelli marrone di tipo monachesco accompagnate dalla voce fragorosa dell’officiante che veniva diffusa attraverso un intrepido altoparlante. Sembrava di rivivere lo sgolamento amplificato dei muezzin uscire dai minareti arabi. Incensi e banconote false bruciano mentre faccio due scatti allo skyline di Hanoi che da qui sembra una improbabile Manhattan immersa nella foschia.
Siamo alle ultime note. Rimane il tempo per un ultimo giro nella città vecchia tra mercanzie e fumi di arrosto, verdure e gamberetti, tuberi di ogni tipo e spezie profumate, strade affollatissime in mezzo ad abitazioni a tre piani dette “case a galleria”, cioè strette e profondissime, costruite in altezza perché le tasse sugli immobili erano un tempo calcolate non sull'area complessiva dell'abitazione, ma misurandone la larghezza, cioè il profilo occupato dalla casa sul marciapiede. Lasciamo dunque il Vietnam con questa massima: per evitare le imposte, ogni mondo è paese. Il tempo per gli ultimi scampoli di shopping compulsivo, un’ultima spremuta di mango e poi via, verso l’Hotel, verso l’aeroporto.

