A cinquant’anni di distanza sarebbe possibile oggi un altro ’68? Potrebbe rinascere un sommovimento così audace e dissacrante, incarnazione simbolica di una frattura tra passato e futuro, in cui conta nient’altro che essere travolti ...
nella immanenza di un presente fremente e disinibito? Perché di questo si discute ad ogni decennale. Ancora di recente si è scritto molto sul tema, con contributi di riflessione e di analisi tra cui il libro di Paolo Pombeni “Che cosa resta del ’68”, mentre la rivista MicroMega gli ha dedicato due interi volumi di approfondimenti e avvincenti ricordi personali dei protagonisti del tempo.
Sono stati anni in cui si sperimentava e si presidiava una nuova autoconsapevolezza, anni di ribellione certo, di acerrima guerriglia e proverbiali scorribande per le strade, di occupazioni delle Università, delle fabbriche, giorni di tumulti e di rivolta globale contro un sistema di potere ingessato e sordo ad ogni dinamica innovativa, contro una cultura dominante rigida e soffocante, un sistema d’istruzione chiuso e inaccessibile, permeato di un sapere tradizionalista, una didattica aspramente curiale: complici di un sistema di valori e tabù stantii entro cui evaporava un rispettoso e languido conformismo, espressione vincolante di una società impacciata che ostacolava ogni cambiamento.
Che piaccia o meno gli esaltanti avvenimenti di quegli anni tanto formidabili (per citare un titolo caro a Mario Capanna), in cui non mancarono episodi drammatici e tristemente noti, suonarono la sveglia in tutto il mondo occidentale mettendo in discussione la spinta militarista americana sfociata con la guerra in Vietnam, lo sviluppo industriale che tendeva ad opprimere, alienandolo, il lavoro nelle fabbriche, un sistema capitalistico invasivo, che plasmava in un surrogato di modernità artificiosa il nuovo individuo frustrato dal promettente piacere consumistico.
Si inizia anche ad immaginare, con una fiducia ed una speranza illimitata, il proprio futuro come possibilità, per evitare di essere fagocitati in un presente angusto e perbenista. Era come cavalcare una eresia, come immergersi in un sogno appagante, come svegliarsi dal torpore millenario del tran tran quotidiano per sentirsi inseriti in un nuova coscienza collettiva, come si chiamava allora, protagonisti di un entusiasmante movimento in perenne avanzamento: come una pluralità spontanea e ribelle di visi e di voci appassionati lanciarsi sul tetto del mondo spinta dal vento che rumoreggia fresco e trasgressivo.
Niente a cui dover rinunciare, tutto da pretendere nell’immediato, senza aspettare oltre; una richiesta impaziente di vita e di rinascita, una magnifica utopia che ha lasciato segni indelebili soprattutto sul piano dell’acquisizione di spazi sino ad allora sconosciuti e impenetrabili di libertà e di partecipazione. Ci si appropria di nuove conoscenze, si sviluppano nuovi linguaggi e tecniche di comunicazione sempre più galvanizzanti. Si aprono scenari culturali inaspettati, si ricercano nuove forme artistiche, cambiano istintivamente i gusti musicali per cui in una manciata di secondi Io tu e le rose di Orietta Berti viene oscurata da La guerra di Piero di De Andrè.
Si prova a pensare con la propria testa e a parlare in pubblico, ad esporsi, a confrontarsi con una platea attenta e consapevole, a proporsi con un pubblico più vasto di quello a cui si era abituati tra le quattro mura di casa. Compariva la parola parlata come arma dialettica più incisiva, più diretta, veniva preferita la sua corporeità, per dirla con Oriana Fallaci, all’apparente astrattezza della parola scritta. Si immagina un nuovo mondo di relazioni e di fantasie, si insegue una nuova idea ed una nuova visione del mondo in cui la connessione delle esperienze e la fratellanza tra individui distanti e sconosciuti veniva sovrapposta all’appiattimento delle formalità e dei divieti di allora.
Questo ed altro fu il ’68. Con tutti i suoi errori e le sue esagerazioni naturalmente, come le stupidate degli slogan ossessivi scarabocchiati sui tazebao o la velleitaria presunzione delle masse in cammino. Si è addebitato spesso l’indifferenza e la superficialità delle nuove generazioni con la distruzione dell’imperante sistema di regole e principi educativi, ancora rimpianti da Marcello Veneziani: “millenni di sapere rottamati, consolidati costumi che volavano come stracci”, anche se bisogna pur ricordare che la società del benessere, allora in ascesa, difficilmente si sarebbe adagiata su quell’approccio di impacciato rigorismo, completo di bacchettate sulle mani e punizioni corporali dietro la lavagna. Insomma, almeno per quella generazione di giovani, lo spirito combattivo e l’indignazione contro soprusi e pose autoritarie non è mai mancato, ed in questo il ’68 ha il merito di aver ribaltato il corso della storia, determinando forti cambiamenti sociali e culturali, indelebili evoluzioni sul piano dei costumi, oltre all’emersione di identità altrimenti soffocate e escluse. Viverla per raccontarla, direbbe Marquez. Ed è quello che allora si volle fare. Sarebbe possibile oggi?
(Pubblicato il 14 Marzo 2018 su

