E’ un momento in cui l’intera società sembra in cammino verso una destinazione ignota, misteriosa, dai confini incerti; tracce incomprensibili a volte vengono a galla, coperte da una infida e sconcertante conflittualità. La sensazione di generale black-out che affiora
quando si parla di migranti e rifugiati è solo il segno tangibile di quanto la circolazione delle idee si sia avvitata e abbia offuscato l’intelligenza globale del sistema. Smettendo di ragionare si resta inghiottiti dentro una inquietudine permanente, cercando di placare l’ansia scavando strenuamente trincee solitarie in cui inglobiamo e trasmettiamo insicurezza.
C’è un personaggio letterario che riassume bene la deriva a cui può portare l’ottuso compiacimento del sentimento della paura come collante principale dei rapporti sociali: Jack Merridew. Il rossiccio ragazzino tredicenne, protagonista del “Il Signore delle Mosche” di William Golding, naufrago insieme ad un gruppo di suoi coetanei su un’isola disabitata. Il libro descrive una comunità di adolescenti che cerca di instaurare tra loro legami di collaborazione, cerca di darsi delle regole condivise per coesistere e sopravvivere all’asprezza di quella esperienza, senza riuscirci.
Vivere su un’isola deserta, privi di conforto e di speranza, non deve essere una cosa piacevole, perché si mette a nudo il proprio essere che diventa sempre più fragile, indifeso, vulnerabile; si disperde la memoria dei propri legami affettivi, della propria civiltà, degli insegnamenti ricevuti, si calano gli ormeggi e si viene spinti a comportamenti ancestrali, a gesti istintivi, sottomessi da un pressante sforzo individuale per la sopravvivenza. Ci si divide. Ed è quello che accade sull’isola. Nel momento di debolezza si diventa preda del potente richiamo della paura. Quando la solitudine dei propri pensieri non si incrocia più con la necessità degli altri, con l’amore e la riconoscenza per gli altri si rimane impigliati nella spavalderia del sopruso e dell’odio. Allora inizia una spietata lotta per la supremazia. Il guerriero Jack si traveste da capo-tribù ed invita i suoi amici a partecipare ad una festa ordalica tutti con la faccia dipinta da selvaggi in cui bere e mangiare danzando, senza più regole, senza più freni inibitori. Jack prende il sopravvento sui piccoli ragazzetti impaurendoli con la fantomatica presenza di una bestia feroce avvistata sull’isola, proponendosi di difenderli e di fare i loro interessi come nuovo capo del gruppo.
Persino la nuda verità non convince, perché non più conveniente, e viene rigettata con disprezzo. Così quando il piccolo Simon scopre che la bestia feroce non era altro che un povero paracadutista morto precipitando accidentalmente sull’isola il branco ormai delirante e assatanato non vuole sentirne ragione e lo uccidono. Il signore delle Mosche (dall’ebraico Belzebù) aveva dunque vinto, si era insinuato in ognuno di loro e non c’era più via di salvezza per nessuno; nella furia devastatrice bruciano l’intera isola.
E’ risaputo che Golding scrisse questo libro come metafora della genesi dei totalitarismi che portò all’orrore della seconda guerra mondiale, anche per la colpevole distrazione di un umanità impaurita che non seppe governare una società in profondo cambiamento. A proposito di psicologia collettiva Massimo Recalcati scrive: “Quando il tumulto sociale, la precarietà e l’instabilità raggiungono il loro colmo, la pulsione gregaria che anima l’identificazione “a massa” ritrova il suo vigore…”: ritorna il desiderio innato di fascismo. Emerge cioè l’infatuazione spontanea e disarmata per un capo qualunque come proiezione dell’odio accecante verso l’avversario. Ci si lascia tranquillizzare dalla sua guida come facevano i sacerdoti maya, travestendosi da giaguari. Ci si spoglia cioè della propria identità: Fai tu. Metti tutto a posto, fai finire la pacchia! Quando si smette di ragionare alla fine tutto brucia: l’isola dei ragazzini brucia come bruciò l’Europa della seconda guerra mondiale. Macerie e disperazione. Assenza di destino.
Wiliam Golding si ispirò ad un’altra storia raccontata quasi sessant’anni prima da Jules Verne a fine ‘800 nel libro “Due anni di avventure” in cui quindici ragazzini si trovano anch’essi sperduti e naufraghi su un’isola dell’emisfero australe, fuori dalle mappe. In questo caso però il gruppo sopravvive alla fame, alle privazioni e ai mille pericoli rinsaldando un patto di convivenza e di sostegno reciproco per scardinare la minaccia incombente di alcuni terribili masnadieri sbarcati sulla stessa isola che mette a rischio la loro stessa vita. La rivalità e l’astio iniziale vengono superati da una ferrea alleanza su principi e valori. I ragazzi di fine Ottocento erano educati alla sobria ed austera mentalità vittoriana. Lo stesso Verne ricorda alcuni precetti che allora si insegnavano nelle scuole, fra cui: “Non perdere mai l’occasione di fare uno sforzo possibile”.
In un periodo turbolento e pieno di incognite come quello attuale, a sessant’anni da Il signore delle mosche cosa farebbero quindici adolescenti del nostro tempo sopravvissuti su un’isola deserta? Dopo un primo comprensibile sbandamento riuscirebbero ad avere la forza e il buon senso per cavarsela senza sbranarsi tra di loro?

