La bellezza. Nient’altro che la bellezza. Viene evocata sempre più di frequente, sottolineata nella presentazione di una mostra d’arte o enfatizzata in qualche titolo di giornale, associata anche ad argomenti più intricati come ha fatto Benigni in Tv definendo la nostra Costituzione la più bella del mondo; l’abbiamo vista raccontata con un filo di dolce malinconia nel La Grande Bellezza, film che tutti abbiamo ammirato.
Ora però per una qualche forma di congenito e ostinato dilettantismo, tipico del “mordi e fuggi” post-moderno, la bellezza, come fonte di piacere fascinoso, pare sempre più nascosta alla nostra vista, come sbiadita, difficile da decifrare. Qualche giorno fa partecipo ad un incontro dibattito sulla bellezza (ovviamente), e rimango stupito dalla difficoltà di trovare una espressione in grado di racchiuderla nel micidiale vortice della società attuale, in mezzo a naufragi, a catastrofi e attentati sanguinari, tra il via vai commerciale e i continui massacri delle donne ed altre diavolerie piuttosto terrificanti. Per questo, avendo smarrito il nostro giudizio sull’essenza delle cose, la descrizione della bellezza rimane nel fondo, labile e illusoria, impacchettata in un inventario di celebri citazioni non sempre alla moda, che illustri pensatori e poeti ci hanno tramandato sulla necessità e sull’esperienza totalizzante del bello.
Una veloce rispolverata all’encomiabile Storia della bellezza curata da Umberto Eco ci dice che il bello è diverso dal buono perché non contiene in sé l’esperienza del desiderio e del possesso (una cosa è bella anche se non posso possederla). In realtà la natura stessa della bellezza, che si presenti attraverso un’idea o un racconto, un’immagine o un suono, cioè quando la riconosciamo improvvisa e non invitata, ci scuote nel profondo con il suo tocco magico ed struggente, sobillando le corde più morbide del cuore, lasciandosi comprendere e trattenere, come se il suo riflesso potesse penetrare la parte più finemente rappresentativa e migliore di noi stessi.
E’ stato Freud a legare la bellezza alla civilizzazione della specie umana. L’uomo non si sarebbe mai evoluto se oltre alla necessità di darsi delle regole per la propria convivenza non avesse scoperto il dono straordinario della bellezza. Per la sua sopravvivenza non sarebbe bastato coltivare un campo e farsi da mangiare con il fuoco se non avesse imprigionato nella sua mente il godimento di un paesaggio, la grandiosità di un gesto eroico, lo splendore di un volto in cui rispecchiarsi. Senza la bellezza non ci sarebbe stato il pensiero, e se non la condividi con il tuo prossimo sei come impoverito, rimani nell’antro brutale delle caverne.
Sappiamo che ci sono luoghi in cui la bellezza si trasmette ed è endemica, luoghi dove si impara subito a riconoscerla e ad apprezzarla; persino a Parigi non tutto è bello, ma ci sono piazze, giardini o semplici ritrovi che osservandoli sembrano impreziositi dal profumo della bellezza, forse perché è un luogo in cui si è prodotta ed è stata conservata e poi tramandata, persino attraverso l’intonazione dell’aria, attraverso gli sguardi delle persone. Hemingway anche per questo ha paragonato Parigi ad una festa mobile (d’altronde le ricordava i suoi anni giovanili, e la gioventù è sempre bella).
Ci sono luoghi però dove la bellezza non ha resistito, si è come smarrita, annientata; permangono certo, per chi sappia coglierli, visioni di straordinaria intensità; c’è sempre una nicchia, una grotta, un profilo di mare da contemplare, ma sembrano aver perso sapore, identità e appartenenza, non fanno parte cioè del paesaggio quotidiano. Purtroppo si è fatto molto e con pervicacia per distruggere il bello lasciando un grande spazio in penombra, triste e caotico. Sono luoghi in cui la percezione collettiva dell’idea di bellezza si è trasformata in rimpianto del meraviglioso lascito storico e culturale che ha segnato il passaggio dell’uomo, riemergendo in un disordine scomposto, declassato: l’idea del bello in questi luoghi svanisce ogni giorno di più, amplificando il senso di lacerante frustrazione, perché il bello è unico, mentre le forme della bruttezza sono infinite.
Sarà pure colpa della frenetica e chiassosa evoluzione degli ultimi decenni legata alla società consumistica e del benessere enfatico, ma così si sono smarriti e accantonati pretestuosamente tutti i progetti che tendono al bello. Siamo come rimasti sordi e abbiamo smesso di ascoltarla; mentre la bellezza, pensava Aristotele, rimane la migliore lettera di raccomandazione.

