Basta un nulla, scriveva Italo Calvino nei Sentieri dei nidi di ragno, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, dalla parte sbagliata, come il padre di Pierluigi Battista raccontato nel libro “Mio padre era fascista”, combattente convinto ed entusiasta, tra i repubblichini di Salò. Una repubblica giocattolo, inventata per dilettarsi a giocare con la morte, di cui tanto si è scritto, popolata in gran parte da ragazzini imberbi ed esaltati dal richiamo patriottico, incaponitosi, a dispetto degli eventi storici incalzanti, in una guerra fratricida crudele e confusionaria, insieme eroica e cialtronesca;
un intermezzo breve ma feroce in cui si sono scontrati giovani milizie armate l’una contro l’altra: da una parte chi esercitava il diritto di essere risarcito dopo un ventennio di mossette indigeste del Duce, di umiliazioni e sofferenze subite, dall’altra chi invece era cresciuto allenandosi ai miti e ai fulgori del fascismo da onorare con il proprio coraggio ed il proprio martirio.
Decine di storici ci hanno scritto sopra, come si è detto, raccontando ogni pezzettino ed ogni sgradevole dettaglio di questa epopea drammatica, dalle lotte partigiane di Giorgio Bocca alle puntuali rivisitazioni dalla parte dei vinti di Giampaolo Pansa o (con diversa angolatura) di Pietro Buscaroli; per non menzionare le innumerevoli citazioni cinematografiche da Roma città aperta all’incantevole e sarcastico “Il federale” di Salce con Ugo Tognazzi nella parte del fascista irriducibile e un po’ “coglione”, passando ovviamente dal monumentale Novecento di Bertolucci.
E però mentre leggevo il libro di Pierluigi Battista mi sono reso conto come ancora a distanza di oltre settant’anni la memoria non si appanna, il ricordo non si quieta, la trama tarda ad allinearsi mentre continua a contorcersi, e che neanche la più circostanziata divulgazione storica di quegli accadimenti sia sufficiente a darci una ragione definitiva della terribile inquietudine vissuta da quei giovani un po’ sprovveduti, un po’ incoscienti, nel vedersela con la morte, anzi affiora sempre e comunque in superficie l’amarezza e l’incredulità di scoprire come da una parte e dall’altra si sia combattuti con una spavalderia ed una sfrontatezza quasi incontrollabile, sprezzanti della propria sorte, non sempre realizzando appieno il senso e la legittimità della loro lotta. Quindicenni sbranati dalla primavera canta De Gregori, quasi vedendoli.
A queste storie così drammatiche, così esagerate nella loro lirica rappresentazione di guerra e di sangue versato, manca sempre qualcosa, un finale certo e convincente che illumini e sopisca ogni dubbio, ogni incertezza su un periodo che non può essere cancellato ma dovrà essere definitivamente elaborato per essere accolto in modo pacifico nella nostra memoria collettiva.
Di suo padre, noto repubblichino ed amico intimo di Almirante, Pierluigi Battista non ne racconta i gesti audaci o le tronfie caratterizzazioni fasciste ma ne ripercorre piuttosto il lato intimo e familiare, il personale vittimismo ed il dolore, la pena e la rabbia per quel trauma subito da giovane repubblichino sconfitto e trattato da vinto, insultato, rinchiuso, linciato come un nemico dai propri connazionali, sentitosi perennemente esule in patria, di una patria, per lui, vile e irriconoscente. E’ il racconto appassionante, molto privato, di una ferita sanguinante, di una umiliazione infinita, cocciutamente conservata assieme a tuti i paradigmi di una vita felice di borghese illuminato, avvocato di successo, sino alla fine dei suoi giorni, interrogandosi per quale motivo suo padre non sia riuscito a liberarsi coscientemente da quell’arrovellamento straziante e insanabile pur avendo gli strumenti conoscitivi e la capacità per riflettere sulle malefatte del fascismo, sulle persecuzioni razziali, sul dramma del conflitto, sulle deportazioni, sulle mattanze scientificamente perpetuate.
E’ probabile che la comprensione di quel periodo, il superamento di questa pagina traumatica della nostra storia dovrà essere di continuo rimandata anche se per molti di noi, scomparendo i nostri padri per motivi anagrafici, nella fretta del crescere, concentrati nella realizzazione della nostra vita, sarà forse sfuggita l’occasione e la curiosità di provare a comprendere, senza retorica e senza reticenze, cosa è davvero stata la loro personale adolescenza e con quale sentimento sono usciti da quell’esperienza; a parte qualche futile battuta o superficiale ricordo conversativo, almeno per capire cosa ha nel profondo segnato le loro anime, se di felicità per un nuovo inizio meno fastidioso e lacerante o se afflitti da una inconsapevole tremore per sentirsi la terra franata sotto i piedi; se c’è stata malinconia o rabbia e se davvero sono stati consapevoli del passaggio della storia o se hanno concluso che la sfida della ricostruzione si presentava più intrigante dell’angoscia provata.
E se infine anche i nostri padri, come il padre fascista di G. Battista, si sono sentiti un po’ sconfitti ed esuli in patria o erano dalla parte dei vincitori orgogliosi per aver avuto la meglio finalmente di un regime dittatoriale avendo ora l’opportunità di avviarsi con nuova lena verso i grandi anni splendidi e tumultuosi, oppure se anch’essi hanno preferito imboscarsi, attendere nuova fortuna, e non schierandosi passare il tempo a fiutare l’aria che tirava nel periodo terribile compreso tra il settembre del 43 e l’aprile del 45. “Che ci voleva? Mica tanti contorcimenti dolorosi, sarebbe bastato un blando pentimento. Una mezza abiura. Il moderato riconoscimento di un errore giovanile. In fondo l’avevano fatto in tanti, scavalcando le linee per proteggersi tra gli alleati al Sud”.
Ma questa è un’altra storia. La pessima virtù di andare incontro al vincitore, come arguiva Flaiano, è sempre stata apprezzata dal popolo italiano anche se anche su questo purtroppo si è costruita la fragile ed ancora imprecisata democrazia dei nostri tempi.

