Dopo aver sorvolato su “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” Di Melissa P. e dribblato consapevolmente tutte le 50 sfumature di grigio di E.L. James, non ho saputo resistere alle sirene ammaliatrici che hanno invaso il web decantando “Maestra”, scritto dall’inglese Lisa Hilton (ed. Longanesi), come libro rivelazione dell’anno, caso letterario già tradotto in 38 lingue e pubblicizzato come capolavoro della letteratura erotica.Il romanzo che racconta un’avvincente e a suo modo affascinante vicenda umana, tutta al femminile,
parte dalla falsa vendita di un dipinto d’autore per ripercorrere le tappe di una furiosa revenge della protagonista Judith, esagerata e senza scrupoli, infarcita di crimini, a volte gratuiti, e di memorabili quanto furibondi amplessi descritti in modo sfrontato e puntiglioso; sesso come fonte di appagamento e non di perversione, come strumento di affermazione e non di sottomissione: “Questo era la cosa più eccitante, per me. Non tanto il puro piacere fisico, ma la sensazione di totale libertà e potere che provavo nel farmi scopare da un estraneo”
E’ pur vero che un libro a volte prescinde dalla volontà e dal merito di chi lo scrive e che tante volte, come affermava ironicamente Eco, finisce per diventare migliore dell’autore, ma può diventare anche peggiore. Leggendo questo romanzo e sfogliando il suo sito personale ci si accorge che la signora Lisa Hilton è una simpatica ed esuberante quarantenne, grande appassionata di storia dell’arte, settore in cui eccelle per competenza ed eloquenza; ha frequentato buone letture e girato mezzo mondo per istruirsi e conoscere nei dettagli gli argomenti su cui si è poi esercitata nel tempo in serie pubblicazioni accademiche.
Questa sua preparazione traspare magnificamente dal libro e ne rappresenta la parte più limpida e sorprendente; personalmente ne so di più del “campo vaccino” di Turner o dei cavalli che amava raffigurare Stubbs nel ‘700, ho trovato gradevole i riferimenti all’espressionismo astratto di Rothko, al modernismo di Richter, così come ho trovato intrigante l’allegorica interpretazione dei dipinti di Artemisia Gentileschi la cui eroina Giuditta che sgozza Oloferne viene idealizzata nella battagliera Judith.
L’intreccio che ne viene fuori però piega il progetto originale ad esigenze meno convincenti e forse più commerciali: la giovane gallerista Judith di appena 27 anni si divide tra il lavoro di assistente di una prestigiosa galleria d’arte di giorno e la entusiasta attività di entreneuse in un night club di notte, un moderno e alternativo bordello di alta classe. Fino a quando la ragazza mette il becco su una valutazione anomala di un quadro di Stubbs che percepisce come una truffa ai danni di un inconsapevole venditore e per questo viene licenziata in tronco. Per vendicarsi di questa terribile ingiustizia Judith reagisce senza abbandonarsi alla rassegnazione e all’amarezza, ma programmando la sua rivincita di donna e di professionista con una strategia fatta di astuzia e intraprendenza, non rinunciando ad inventarsi un ruolo di spietato killer per farsi largo in mezzo ai fastidiosi contrattempi del destino.
Judith vuole a tutti i costi riuscire a pareggiare i conti, per cui si trasforma in donna super, donna eroina, donna dei suoi stessi sogni, giovane, bella, elegante, preparata, femmina da letto, spietata assassina; forse troppo per una sola donna, ma per arrivare fino in cima, trionfare nella vita e puntare al successo professionale bisogna giocare con le stesse armi del nemico, subdolo e prepotente, sopraffare gli altri e raggiungere il potere distruggendo tutti quelli che le si oppongono, le fanno resistenza, ostacolando le proprie ambizioni ed emarginando i suoi desideri. Judith combatte il mondo di potere degli uomini perché lo vuole per sé, per il suo trionfo di donna, sensuale e letale al tempo stesso.
Se poi le eroine di oggi per emergere e diventare maestre oltre a seminare cadaveri sul proprio cammino, debbono necessariamente ostentare godurie esacerbate e pratiche sessuali draconiane, non ci sembra questo un bel modo di riscattare il maschilismo imperante e curare la sindrome psicotica del potere degli uomini.

