Alcuni studi mostrano l’esistenza di una correlazione tra l’aumento delle classi disagiate e il fenomeno dell’astensionismo. In realtà se i ricchi hanno vinto, perché i poveri dovrebbero andare a votare? Quando la partecipazione alla vita pubblica si abbassa, i primi a dileguarsi, a rendersi irreperibili sono le fasce di popolazione meno abbienti, quelli con poche risorse.
L’indigenza agevola l’astensionismo. Chi si sente in condizioni svantaggiate non vuole essere disturbato, percepisce che sulle scelte fondamentali non può mettere becco, non conta niente. Prende atto che la sovranità non gli appartiene più, e si convince che la competizione elettorale è un bluff a cui è inutile prendere parte. L’accordo al ribasso trovato per il varo della nuova Commissione Europea legittima questa tendenza verso la disaffezione e il rigetto dal presentarsi ali seggi; il loro volontario distacco è espressione di una nuova catarsi, del piacere appagante di non dover condividere il mondo cinico e fuori catalogo della politica, da cui si allontanano, senza alcun imbarazzo, perché nel loro intimo sanno che le istituzioni sono recidive nel trascurarli, riservandoli, solo di tanto in tanto, qualche misurata mancetta. Ma questo non può bastare per arginare l’astensionismo. Se i gruppi svantaggiati spariscono dal radar, e nessuna forza politica è in grado di decifrarne i bisogni, ciò finisce per escludere la possibilità di cambiare veramente le cose ed una minore capacità di fare pressione sui governi, entrando in una spirale pericolosa che porta dritto al collasso della rappresentanza politica. La vittoria dei ricchi ha forzatamente bloccato ogni processo di avanzamento delle classi disagiate, schiacciandoli verso il basso, per reddito e per opportunità, mentre le forze progressiste non si sono preoccupate abbastanza di intervenire per sanare le condizioni della loro avanzante precarietà. Rispetto all’astensionismo, probabilmente, le forze progressiste sono parte del problema. Fintanto che la sinistra rimane ferma nell’intento di poter governare le dinamiche sociali con gli arnesi delle vecchie socialdemocrazie, quando il mondo andava a mille e i soldi bastavano per tutti, non troverà mai una chiave di lettura adeguata per frenare l’allargamento delle diseguaglianze sociali. La globalizzazione e la diffusione del digitale hanno contribuito non poco a far avanzare l’idea di una società super-edonista a cui tutti vorrebbero partecipare, anche quelli poveri. Mimetizzati dentro la media sfera ci si sente pienamente accettati e desiderati. Poco importa se sono attratti da status per loro improponibili, se vaneggiano per Trump o vanno in crisi mistica per Elon Musk. Prevale l’illusione di non sentirsi sfrattati e reietti. Ancora trent’anni fa forse sarebbero scesi in piazza brandendo un forcone, oggi si prostrano ai piedi dei super ricchi, perché nello spazio virtuale si perde l’ancoraggio con la realtà e ci si identifica trionfanti con il protagonista più accreditato, quello che più fa sognare, come avviene nelle fiabe. D’altra parte l’obiettivo finale della vita non è quello di essere felici? Forse la sinistra nulla può di fronte a questa deflagrazione, ma se resta nell’angolo ristretto del neoliberismo, profittevole per le aziende e traballante per gli interessi collettivi, finisce per giocare nello stesso campo degli avversari. Difficile smarcarsi e provare a riacchiappare i voti degli astenuti. Prendiamo la sanità pubblica. Sono decenni che va sempre peggio. L’elettore che si astiene sarà pure povero, ma non è stupido. Comprende che gli errori compiuti sulla sanità non possono attribuirsi solo agli ultimi governi e che le complicità e le interessenze con le aziende private compiacenti sono diventate troppo eloquenti per non essere state condivise da tutti. E sa anche che nonostante gli annunci roboanti a favore di un’assistenza sanitaria territoriale, di prossimità, poco o niente si pianifica in questa direzione nelle stesse regioni governate dalle forze progressiste. Sarebbe un bel colpo, un bel segnale, ma non lo si fa. La stessa flemma o inconcludenza si nota sul costo dell’energia che da noi risulta il più caro d’Europa. Niente si dice di queste compagnie elettriche che pur moltiplicandosi dopo il decreto sulle liberalizzazioni gestiscono di fatto il mercato come un monopolio, cambiando i contratti da un giorno all’altro, sfruttando ogni occasione per salvaguardare il loro bieco tornaconto sulla pelle degli utenti. L’elettore che si astiene si chiede come sia possibile che queste aziende chiudano bilanci con profitti stratosferici, mentre non si riesce a far scendere le bollette di un centesimo. Quando la logica del libero mercato diviene incomprensibile vuol dire che il mercato è “manualmente” indirizzato. Ed è questa frustrante disparità che soffoca il processo democratico e indispone l’elettore che si astiene.

