Riuscirà il PD nell’impresa di ricomporre i cocci? La sinistra, con il tempo, nel continuo frammentarsi e scorporarsi, ha affinato sempre più il suo corredo genetico guarnito di sottili distinguo e rocambolesche spaccature. Il conflitto esasperato,cronico, spesso inconcludente, al suo interno, è diventato un’arte sopraffina, un metodo collaudato per addomesticare il pensiero, renderlo inoffensivo, finendo per sbriciolare,
offuscandoli, non solo i suoi obiettivi, ma i suoi stessi sentimenti. Ci vuole poco per accendere diatribe e dar vita a scismi micragnosi. In queste ore si consuma il “gioco al massacro” dentro +Europa. Amarsi e dirsi addio è il refrain più frequente della sinistra, in cui prevale sempre il marchio di fabbrica della conta lacerante, della pesatura risoluta e irrimediabile degli opposti tormenti, come avvenne proprio cento anni fa con la clamorosa frattura del ’21. Lo spirito della scissione permanente che Gramsci reclamava per riscattare la subalternità della classe operaia, si è trasformato in categoria opportunistica di svilimento politico. Quando c’è da litigare e spaccare il capello in quattro la sinistra molla ogni ormeggio, dissipando energie tra l’impossibile e l’imperscrutabile, finendo essa stessa per essere vittima sacrificale della propria mortale ragnatela, come lo sono i piccoli nati della vedova nera, infaustamente noti per mangiarsi tra loro. Ezio Mauro l’ha definitala dannazione della sinistra, ma potremmo chiamarla anche disperazione o piacere masochistico che porta inevitabilmente all’autodistruzione e all’oscuramento di sé e della propria coscienza. Sono anni che la sinistra vagola nel buio, come un fantasma sfiduciato e irrequieto, bighellonando, distrattamente, sui contrafforti indifesi della sua gloriosa storia di progressismo e riscatto sociale. Un fantasma che si aggira nelle stanze del potere, senza mai lo scocco di un dardo, la potenza di un graffio, con il timore di essere scaraventato di sotto, disarcionato dall’opprimente senso di colpa di non saper più presidiare la zona indifesa del sistema, ma di rappresentarne spesso la parte tutelata e privilegiata. E non accade certo per mancanza di ragioni cui valga la pena di lottare di questi tempi, perché tutte le ingiustizie, le precarietà, le disuguaglianze che rendevano sostanziali la spinta ideale della sinistra, sono ancora incombenti. Tuttavia la fregola del confliggersi, del frantumarsi, non fa che annientare ogni grandezza d’animo e d'ogni briciolo di saggezza politica,facendo prevalere nei suoi fieri protagonisti la sicumera baldanzosa del perdente o quella che Nadia Urbinati chiama l’attitudine all’aristocratica supponenza. E non è certo solo questione di PD.I guai tremendi dell’intera sinistra nascono proprio nel conoscere i bisogni indifferibili delle classi emarginate, nel vantarsi di stare sempre dalla loro parte, senza però averle mai frequentate, ignorando, senza condividerle nel profondo, le loro angosce quotidiane. Conosce bene Galeno, ma per nulla il malato, direbbe Montaigne. Può darsi che la cultura della modernità, con i suoi riti entusiastici e il suo degrado consumistico, si incarni meglio nella destra, a cui non è richiesto il fervore del riscatto e la promessa messianica di un futuro radioso. Ed è senz’altro vero che sentiamo le nostre vite essere dominate, quasi stordite, dal compiacimento del presente, dove ognuno reclama il suo pezzetto di benessere e dove si accetta a malincuore di fare un passo indietro per aspettare gli altri. Infine, sembra probabile che l’Occidente non vada più a sinistra perché le istanze di cambiamento non interessano più a nessuno. Tuttavia, anche intercettare il disagio attraverso lacunose ricognizioni intellettuali non sembra essere tanto trainante. La sinistra, nella sua sconsiderata e quasi istintiva animosità, analizza il malessere profondo della società, lo viviseziona, ma non sembra più in grado di prenderlo in carico. La ribellione che era il sangue della sinistra è diventata suo antagonista.E’ come se la rivolta gli si è rivoltata contro. Anche nel ’21 prevalse il principio insito in tutti i rivoluzionari di essere destinatari esclusivi della verità assoluta. La fretta del cupio dissolvi portò a sottovalutare il gradualismo di Turati, sorvolò sull’evidente fallimento del tentativo di occupazione delle fabbriche, non insinuò alcun dubbio sulla volontà insurrezionale della classe operaia e sulla tenuta del mito sovietico delle masse in cammino, trasportato, pari pari, nella bassa padana, dove la sapiente cultura contadina cantava già Verdi e leggeva il Manzoni. I sogni sono bellissimi negli occhi dei rivoltosi ma talvolta, come scrive Canfora ne La Metamorfosi, “impongono anche una riflessione sulle analisi affrettate”. Un malinteso che capita spesso nel campo della sinistra. Non tenere conto dei tempi e delle circostanze, sorvolare sulle ragioni altrui, porta alla rovina per il troppo furore o per troppa vanagloria. La sinistra, continuando a dividersi, finisce sempre per disperdere e disprezzare ciò che pazientemente ha seminato e, non riconoscendone l’intimo valore, annunzia al mondo la sua stessa paura di vincere.

