Che fine ha fatto il pubblico plaudente delle trasmissioni televisive? La scomparsa dai palinsesti di questa prolifica legione di figuranti, selezionati attraverso rigorosi casting e scritturati a gettoni di presenza con l’unico obbligo, a parte quello di non masticare chewing gum, di farsi dirigere come galletti ammaestrati da abili suggeritori di applausi a comando,
piuttosto che considerarlo un danno collaterale della pandemia, un’ennesima privazione da confinamento, dovrebbe essere annoverato come un salutare sollievo, un conforto, contro il frastuono assordante della finta claque che, di certo, rende vacuo e inconcludente, sovrastandolo e mortificandolo, qualsiasi ragionamento sensato.
Oltretutto dagli studi televisivi si sono anche diradate le presenze degli esperti, collegati sempre più per via telematica. Il distanziamento sociale, con i suoi disegni misteriosi, ha allontanato gli esseri umani, ma ha avvicinato e reso più comprensibili i loro pensieri. Dopo che per anni il mezzo televisivo è entrato con prepotenza, come un intruso, nelle nostre case, ora ci stiamo abituando ad entrare noi nelle dimore degli altri. Andiamo a sentire gli opinionisti a casa loro, nei loro salotti, nei loro studioli, li conosciamo nella loro intimità familiare circondati da ninnoli, suppellettili, quadri, qualche pianta, magari un’orchidea e tante mensole di libri inquadrate alle loro spalle. Lo sfondo che si sceglie ha sempre un significato recondito e dice molto sulle abitudini, sulle caratteristiche umane, sull’immagine, che si vuole, anche inconsapevolmente, proiettare all’esterno. Così la gigantografia di una catena montuosa innevata dietro il filosofo Cacciari potrebbe comunicarci un’imperturbabile e incontaminata trascendenza, mentre il quadro modernista con figure enigmatiche alle spalle dello scrittore Carofiglio rimanda ad un forbito ed algido compiacimento. Anche l’esposizione di una libreria ci racconta molto del suo proprietario. Ne abbiamo visto di ogni tipo: austere, confidenziali, di rappresentanza, essenziali oppure imponenti, come quella del sociologo Galimberti, molto più simile ad una biblioteca, non tanto un luogo di lettura quanto un luogo psichico, un rifugio, come lo era la torre di Montaigne, dove soggiornare gran parte del proprio tempo, magari pranzandoci dentro. Di fronte a tanta maestosa esibizione, da cui trasuda sapienza vera, qualche spettatore incredulo si è magari chiesto come abbia fatto a leggerli tutti quei libri, mentre qualcun altro potrebbe aver recuperato un impulso irrefrenabile verso la lettura.
Naturalmente abbiamo osservato in collegamento tanti virologi, sempre composti e affabili, comodamente seduti sul proprio divano come la professoressa Viola, col sorriso accattivante da secchiona, oppure ripresi accanto ad un pianoforte con lo spartito di una sinfonia di Beethoven poggiato sopra nel salotto di casa dell’ironico e distaccato Gattinoni, con il suo faccione obliquo e la camicia a quadretti, da finto vacanziero. Per non parlare della simpatia benevola e dirompente incrociata sul volto del mitico Galli fattosi riprendere davanti ad una fila di statuine di animali selvatici in gita: una famigliola di giraffe, alcuni elefantini, un ippopotamo.
I politici invece difficilmente si collegano dalla loro abitazione, sempre diffidenti dagli sguardi indiscreti e indagatori che potrebbero rivelare inconfessabili segreti, preferiscono esibirsi dal loro ufficio ministeriale o dalle sedi regionali da dove si presidia meglio il fluido stentoreo del potere. Anche i giornalisti prediligono collegarsi dalle loro scrivanie. Dai loro uffici, dal loro posto di combattimento, si sentono più protetti, sono più a loro agio nello scrutare l’avvenimento da battere in tempo reale, pronti sul pezzo. I pochi che si lasciano riprendere da casa, tra un vassoio di frutta finta e qualche foto che li ritrae in bicicletta, sembrano leoni disarmati privi della loro solita verve polemica. D’altra parte i grandi giornalisti scrivono l’articolo soprattutto in ufficio, magari pensandolo nel tragitto da casa verso la redazione, come faceva Montanelli che, come ricorda il suo biografo Mazzuca, proprio durante la camminata del mattino costruiva mentalmente il suo articolo di fondo agitando ritmicamente la testa e prevedendone persino la punteggiatura.
Senza collegamenti esterni, comunque, non ci saremmo resi conto di quanti scienziati italiani dirigono centri di eccellenza nel mondo, figli del nostro genio e della nostra dabbenaggine. I discorsi fatti da casa, ovviamente, risultano più efficaci e coinvolgenti, più chiari e persuasivi di quanto non possano apparire durante un talk show manipolato e artefatto. E’ come prendere il tè insieme, farsi una ragionata su skype, inventarsi un nuovo modo di comunicazione, una sorta di gradevole blog collettivo, che escluda l’idiozia invasiva dei format americanizzati. Si tratta cioè di poter condividere un programma televisivo, senza subirne l’indecente e disturbante cagnara. Il pubblico resti possibilmente a casa, in ascolto.

