Vederli muoversi in fila, a rilento, imponenti, quei camion dell’esercito, con dentro le bare dei morti da coronavirus, fa venire i brividi. Li abbiamo visti scorrere silenziosi con i fari di fuoco accesi, allontanarsi in processione con un carico pietoso di orrore, segnando in ognuno di noi un’angoscia e un dolore opprimente, piegando il nostro sguardo trafitto da un’esplosione virulenta di fiacchezza e di turbamento mai provati prima e che sarà difficile rimuovere.
E così, dopo tutto, abbiamo scoperto, che la morte esiste per davvero, che tutte le paure provate sino a ieri sono niente in confronto, che tutte le puntate giocate sulla ruota di una vita tutta spavalda e sfarzosa svaniscono in sogni di cartapesta. Non pensavamo mai che la morte potesse tornare protagonista quando da tempo l’avevamo ripudiata come insolente e inopportuna. Si è cercato in tutti i modi di depistare l’incubo e la seccatura della sua presenza, esibendo il conteggio quotidiano del numero dei decessi quasi di sfuggita, coprendolo subito dall’aumento dei guariti, cercando di sotterrare il dato prima del cadavere, banalizzando il suo numero crescente con parole mistificanti, scientifiche, balsamiche: erano individui già virtualmente morti, si è precisato, non propriamente vivi, malati cronici, con due o tre patologie pregresse, vecchi senza speranza, un inciampo per la società, un residuo molecolare fastidioso e ingombrante.
La cultura occidentale da tempo rincorre un modello corrosivo di esistenza in cui la morte non è prevista, dove sembra assurdo invecchiare e ammalarsi ed in cui una umanità impettita si arroga il diritto di ritenersi immunizzata dalla sofferenza e dal dolore. I vecchi certamente aumentano di numero, ma non di significato. La società post-moderna non sa che farsene dei loro lamenti e delle loro complicazioni. Una volta i vecchi erano venerati, considerati la nostra radice storica, fonte inesauribile e seme fecondo del nostro futuro. Oggi, invece, sono trattati come fossero un disturbo, reclusi in uno stato di premorienza, affidati alle cure di una badante, distanti ed esclusi dal forsennato divenire dell’oggi, dalla maniacale competizione che assorbe tutti i nostri desideri, dalla indomita astrazione del non essere mai sazi, anzi più che mai partecipi del grande circuito valoriale in cui sentirsi orgogliosamente giovani e muscolari, possibilmente belli e aitanti, disinvolti e moderni, in una istintiva ansia collettiva di allontanare l’idea della morte, che, inaspettatamente, si ripresenta con forza sulla scena tragica del nostro tempo.
L’avevamo intravista quasi di sfuggita in qualche circostanza: quando abbiamo pianto i dispersi in mare, gli sfollati dalle guerre, i bambini recuperati dalla risacca delle maree. Così davanti alle immagini devastanti di terremoti e alluvioni, senza che mai riuscissero a conficcarsi come spine dolorose nella fortezza esaltata della nostra anima. La perentoria diffusione del virus, ora, spaventa le nostre coscienze, forse perché in ognuno di quelle bare è come se riconoscessimo un nostro parente, un nostro amico, un nostro congiunto, condividendo nell’intimo il silenzio dei vinti e il cordoglio dei superstiti ed immedesimandoci nello sbigottimento del dramma comune. Se la morte ha perso senso è solo perché anche la nostra vita lo stava perdendo. Oggi la sua potenza dispotica e travolgente riaffiora senza lasciare spazio ad alcuna tregua, senza il tempo neanche per una preghiera, un saluto, un fiore, una degna sepoltura.
Nelle varie pestilenze che si sono rincorse nella storia il passaggio della morte è sempre stato rapido, inflessibile, sbrigativo. A proposito della peste di Atene Tucidide rileva come “anche il compianto su chi era morto alla fine era trascurato, per stanchezza, persino dai familiari, sopraffatti dall’immensità della sciagura”. Nella peste di Firenze descritta nel Decamerone non c’era tempo per accompagnare i morti in chiesa e pregarli. Boccaccio racconta di tante persone che trapassavano da questa vita senza testimoni, “e pochissimi erano coloro ai quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute”.
Ancora più cenciosa ed infida la peste di Milano del 1630 descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi quando la sciagura della peste aveva così inselvatichito gli animi e fatto dimenticare la pietà che si buttavano lenzuola dalle finestre assieme a corpi di persone, in una città, stremata e deserta, percorsa solo da monatti che conducevano al lazzaretto carri pieni di morti “la più parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgono al tepore della primavera…..”.
La morte, trascurata e allontanata dai nostri occhi, distratti dalla vanità e dall’effimero, ci avvolge improvvisamente dentro un vortice macabro e impietoso per rammentare la fragilità delle nostre passioni e rafforzare gli impegni non mantenuti con le priorità essenziali della vita.

