Che valore diamo oggi al silenzio? Perché è così difficile staccare la spina, separarsi dal mondo esterno per dedicarsi un po’ a sé stessi? E’ mai possibile che riprendere fiato dal troppo pieno della modernità venga avvertito come una minaccia, come un elemento destabilizzante?
Si fa sempre più fatica ad accettare il silenzio, disconoscendo i segreti che la sua intima esplorazione riesce a far emergere. Si è scritto molto su questo benessere alla rovescia in cui invece di profittare dell’aiuto della tecnologia per disporre di maggiori spazi di meditazione interiore, si rimane vittima di una frenesia ingovernabile, di una smania irrequieta, appagati dall’ossessione di dover riempire continuamente le nostre giornate, anziché svuotarle. Organizziamo il nostro tempo libero come una seconda occupazione, sogniamo di fuggire nei posti più remoti pensando che il silenzio e la solitudine si trovano in un luogo geografico, e non sono piuttosto una dimensione dell’anima.
Il silenzio imbarazza l’uomo contemporaneo, incute paura, perché legato irragionevolmente all’assenza di vita, all’idea ingannevole che prendersi del tempo per sé significa sprecarlo. Non ascoltiamo più il suo battito, non ne comprendiamo la sua forza travolgente e misteriosa, il suo impulso vitale che facilita risposte più autentiche alle nostre angosce, ai nostri progetti di vita. Preferiamo trascorrere il nostro tempo più proficuo ad aprire e chiudere cento, mille volte uno schermo piatto, che sia un app da consultare, un post da mandare, un messaggio da leggere, nella speranza di trovare un appiglio per sentirci vivi, finendo sempre più scottati e delusi, perché il nostro cuore ci racconta della futilità di tutta questa fregola che da tempo ha smesso di chiamarsi “curiosità” ed è diventata mera “sbadataggine”. L’esploratore norvegese Erling Kagge ha scritto che: “Il silenzio è una chiave che ci consente di accedere a nuovi modi di pensare, uno strumento pratico per arricchire la vita. E’ senz’altro una esperienza più profonda che non accendere per l’ennesima volta il televisore e guardare il telegiornale.”
Chi resta in silenzio è considerato un povero cristo privo di risorse, un reietto che non ha nulla da replicare al tumulto sensoriale che lo circonda e perciò ripudiato come elemento solitario e inconcludente, governato da una incomprensibile ripulsa a cavalcare l’onda parossistica dell’esposizione mediatica. Se poi è un bambino viene dileggiato come una mente poco sveglia, afflitto da una forma grave di autismo.
Da una parte insistiamo sulla stancante ripetitività della politica e dall’altra non perdiamo occasione di scambiarci informazioni spesso scontate, spacciandole per sensazionali, per tacere del profluvio di foto e like pretenziosi. Così il nostro vissuto quotidiano risulta davvero più insignificante e routinario del discorso politico che, ovviamente, si avvantaggia della nostra indolenza mentale, non avendo come sua priorità quella di svegliare le coscienze appisolate. Se non fossimo tanto compiaciuti della nostra perenne condivisione saremmo certamente in grado di regalare agli altri spunti più preziosi.
Una volta i bambini seguivano in religioso silenzio, di nascosto, le conversazioni immaginifiche degli adulti, si educavano con l’ascolto paziente, imparavano la vita, si facevano le ossa annoiandosi amorevolmente. Oggi la noia, parente stretta del silenzio, ci è istintivamente nemica e la temiamo come una epidemia, pur essendo lo stato d’animo più fecondo per far crescere e maturare i desideri.
Eppure prima della parola viene il silenzio. Nella lingua bambara si dice: “Il silenzio fa maturare il frutto, la parola lo fa cadere”. Tacere prima di parlare ha un senso, parlare senza avere fatto una pausa di riflessione può provocare danni. Invece tutti diamo sulla voce dell’altro e persino la sillaba è insinuata, brandita come una clava, perché nella desolante arena della comunicazione moderna non c’è posto per le pause, ma solo per risposte precipitose e spesso banali.
A pensarci bene, le idee e le scelte migliori ci vengono quando siamo in silenzio. Soli con noi stessi e nella solitudine dei nostri pensieri comprendiamo appieno la sostanza delle cose che amiamo, le riconosciamo come le abbiamo sempre immaginate, sappiamo individuare la giusta ispirazione nella quiete della nostra intimità. David Le Breton nel suo saggio “Sul Silenzio” scrive: “Quando l’uomo tace non per questo comunica meno. Il silenzio non è mai il vuoto, bensì il respiro tra le parole”. Così come le sospensioni di suono rendono seducente e armoniosa la più grande melodia.
Oggi il silenzio è diventato un lusso, una prospettiva da raggiungere, una meta da conquistare. Inseguiti dal frastuono e dalla voracità del tempo sentiamo venir meno i significati fondamentali dell’esistenza, ed è anche per questo, forse, che in mancanza di pause rigeneranti, tutto sembra scivolare e dilatarsi senza meta.

