Quale sarebbe l’età giusta in cui un bambino deve imparare a leggere? E cosa cambia con l’avvento del web? Le risposte avanzate dagli studiosi dell’educazione non sono univoche. In un romanzo di Ian McEwan “Bambini nel tempo” c’è uno scambio di battute molto interessante sul tema. La discussione
si svolge all’interno di una fantomatica Commissione sull’educazione dell’infanzia dove un partecipante esprime tutto il suo disappunto sull’analfabetismo prematuro. Non bisognerebbe distrarre i bambini con la lettura già nell’età prescolastica, sostiene, ma piuttosto indirizzarli verso attività ludiche, come la danza o la musica, che sono meno impegnative e più adatte al loro sviluppo cerebrale. A questa tesi Stephen Lewis, protagonista del romanzo, contrappone pensieri più incoraggianti, dichiarando che proprio attraverso la lettura dei primi anni il bambino inizia a comprendere il senso delle cose che nomina, si nutre di metafore e immagini fantasiose, riesce ad evocare sensazioni, odori, impressioni altrimenti non assimilabili; leggendo le parole percepisce nuove figure e nuovi stati d’animo, scopre cos’è un’isola, cos’è un marinaio, cos’è un pirata. Leggendo, dunque, prende nota delle cose, e detiene “un potere che gli conferisce fiducia in sé stesso”. Entra in contatto con l’ignoto del mondo esterno, di cui non fa ancora parte.
Senonché nel 1987, anno di pubblicazione di questo libro, il web e la lettura digitale non erano ancora dilagati provocando ulteriori incertezze e scivolamenti nel percorso formativo, se è vero, come afferma il prof. Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, che oggi gli adolescenti non conoscono più il vocabolario e si affidano alla consultazione onnivora dei motori di ricerca per colmare le loro lacune conoscitive, incespicando nella comprensione di testi anche banali così smarrendo il loro atteggiamento critico.
La scrittura ha avuto la funzione di incentivare e cementare la civiltà che definiamo moderna sin dai primi geroglifici e graffiti che ebbero il privilegio di emozionare e far brillare gli occhi (oltre che la mente) degli umani. Con la scrittura iniziò una nuova storia. Dirà Hermann Hesse che senza le parole, senza la scrittura, senza i libri non ci sarebbe alcuna storia, non ci potrebbe essere nessun concetto di umanità.
E’ noto quanto i Socratici avversarono l’affermarsi della scrittura che pensavano impoverisse l’uso della memoria e della creatività imbavagliata per sempre nei testi. E’ davvero singolare come lo stesso timore riaffiori oggi nell’era digitale, proprio perché con la sua invadente presenza sostituisce la lettura del testo scritto con la navigazione su dispaly, delegando ad un artificioso hard disk esterno l’imprescindibile accumulo di conoscenza.
La studiosa Maryanne Wolf esamina nel suo ultimo libro “Il cervello che legge in un mondo digitale” l’influenza della “lettura profonda” sullo sviluppo del cervello dei bambini differenziando la funzione della lettura digitale da quello di un testo scritto. La Wolf sostiene che il cervello di un bambino nei primi anni di vita è molto vulnerabile perché ha una struttura poco sviluppata e molto malleabile; inoltre, non essendosi pienamente formate alcune funzioni inibitorie che risiedono nella sua corteccia frontale non riesce a fare alcuna resistenza agli stimoli derivanti dal frettoloso flusso di immagini e parole che scorrono veloci e spasmodiche sullo schermo. La sua mente rimane preda inconsapevole e indifesa, quindi dipendente, del medium digitale. Invece ogni volta che leggiamo una parola o una frase scritta accade che gruppi di neuroni iniziano un lavoro di trasmissione e scambio di segnali ed impulsi che coinvolgono, arricchendoli, i vari strati percettivi del cervello. La distrazione e l’impazienza dello smartphone vengono sostituiti dall’empatia e dalla riflessione del testo scritto.
L’abitudine alla lettura profonda passa anche attraverso il suono melodioso della madre che legge le favole al bambino trasportandolo in un mondo di piacevoli sensazioni e suggestioni che lo legano alla vita reale. Le parole che gli adulti leggono al bambino rimangono impresse per sempre, perché quelle parole non gli saranno lette da nessun altro. Attraverso le parole non solo imparano il linguaggio ma fanno le prime conoscenze, quelle con il lupo e la fata turchina, con la paura e la felicità, con l’odio e l’amore: si cattura la sostanza della vita. Questo passaggio della lettura dalla bocca della madre è una esperienza concettuale unica che non potrebbe mai funzionare con uno strumento digitale perché le parole proiettate sullo schermo fuggono e non sono replicabili, non hanno sapore: si disperdono nella memoria.
Perciò convincersi ad accettare la sfida del digitale significa poter sperimentare nuovi modelli pedagogici in cui ad esempio lo smartphone sia presentato come un valido ausilio, al più come un gioco accattivante e provvisorio, senza mai confondere i ruoli nell’approccio educativo, rischiando di rendere fragili e senza capacità critica i nostri figli, privandoli di ragionamenti e profondità di analisi che solo la lettura può far germogliare, senza esporli infine a spiacevoli forme di ricatto, incapaci di distinguere il vero dal falso, oggetti strumentali di qualche demagogo senza scrupoli.

