L’attentato dell’Isis a Teheran, con decine di morti e feriti, avviene in un momento delicato e pieno di incognite ad un mese dalle elezioni presidenziali che hanno confermato per la seconda volta il mandato al presidente Rouhani. Difatti la scelta convinta del candidato meno confessionale e bigotto tra i contendenti può assecondare il graduale alleggerimento delle rigidità alimentate
dalla teologia dogmatica dei mullah che per quarant’anni hanno esercitato un opprimente supremazia sulle coscienze degli iraniani ed inoltre rilancia la legittima aspirazione della Repubblica Islamica a rivendicare la propria autonomia, insistendo, sia pure in modo discontinuo, e non necessariamente con le stesse dinamiche sperimentate dalle nostre democrazie, nell’inserire elementi di maggiore sostenibilità e apertura nella dialettica e nella prassi politica.
La sanguinosa irruzione del commando estremista in piena seduta del Parlamento e la grave auto-esplosione nel mausoleo di Khomeini conferma in ogni caso il perenne accerchiamento che vive oggi l’Iran all’interno dell’emisfero arabo di ispirazione sunnita reso ancora più pesante a causa delle sanzioni e dell’embargo perpetuato ai suoi danni, in modo contraddittorio, dall’Occidente. La sensazione, anche alla luce del recente tour “propagandistico-commerciale” del presidente Trump sul Golfo, è che tali interventi alla lunga potrebbero nuocere, più che incoraggiare questo flebile, strisciante percorso di rinnovamento civile e sociale in atto nel paese. Per questo popolo si spera possibile un altro destino.
Un simbolo rappresentativo dell’Iran di oggi potrebbe essere identificato in una statua di marmo scuro che raffigura un aitante e scanzonato giovane con baffi nell’atto di scattarsi un selfie tenendo alle proprie spalle la maestosa Torre di Azadi fatta erigere all’ingresso nord della città di Teheran, proprio al centro di una monumentale piazza chiamata Piazza della libertà. Un posto di ritrovi e manifestazioni oceaniche in cui la libertà è stata tante volte blandita, ma a più riprese anche reclamata e pretesa. Sta di fatto che agli iraniani gli ha preso questa frenesia di maneggiare lo smartphone con un entusiasmo ed una eccitazione senza precedenti.
Trattandosi poi di una popolazione particolarmente giovane si capisce ancora meglio questo voler approfittare di ogni momento per selfarsi dappertutto. La verità è che l’uso spasmodico, quasi infantile, del selfie è un segnale di compiaciuta vitalità, così come la scelta di veli più colorati da indossare, diverso dal nero, o come il piacevole gusto di riprendersi a radere la barba. Persino una tranquilla passeggiata con una donna che non sia madre o moglie, così come l’ascolto di musica non tradizionale non sono più vissuti come riprovevoli rappresentazioni della decadenza occidentale.
Guardando le centinaia di persone scattare e soprattutto scattarsi a vicenda foto a ripetizione, giovani donne guardare nell’obiettivo e intere famigliole mettersi in posa con sorrisi ammiccanti e disinvolti si percepisce come non si tratta solo di stravaganti pruderie trasgressive ma di un nuovo sentimento che emerge assieme ad un bisogno di vita meno soffocante: farsi una foto per ricordare a se stessi la propria esistenza, dopo mille privazioni, con la sola forza di un sorriso e il privilegio di uno scatto. Non è un caso se al termine del caos ingenerato dall’attentato terroristico alcuni deputati hanno tirato un sospiro di sollievo scattandosi una foto per dimostrare la loro gioia seguita ad attimi di spaventoso terrore. In ogni caso questa sotterranea trincea di atteggiamenti provocatori ed impulsi libertari lega indissolubilmente l’entusiasmo delle nuove generazioni nate dopo la Rivoluzione contro lo scià Pahlavi e il disincanto degli ex rivoluzionari anch’essi traditi e delusi dall’appiattimento culturale della classe politico-religiosa islamica a cui non resta che tollerare queste continue scorrerie nel vietato, non potendo fermare il flusso fragoroso della modernità.
Per giunta una pluralità di comportamenti che sarebbero stati giudicati licenziosi e sanzionati pesantemente sono spesso derubricate a forme di eversione incolpevole, trasgressioni innocue, fenomeni di massa che si sottraggono ai mistici dettami religiosi della sharia; il nuovo potere preferisce allentare le tensioni, accompagnando senza repressioni plateali questo dilagare di tumulti spontanei, senza aggiornare leggi sorpassate dai mutati costumi che comunque i guardiani dell’Islam preferiscono non adeguare per evitare scivolamenti culturali e perdita di credibilità, e quindi di potere. Come però scrive Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran “in nessun paese al mondo si rompono le regole così silenziosamente e fragorosamente”.
Questo desiderio di avanzamento sociale, questa sete di innovazione è sempre stata presente nell’animo degli iraniani sin dai tempi dell’antica Persia. Erotodo nelle sue Storie spiega con estrema efficacia la genesi del carattere coriaceo e paziente dei persiani basato su regole di rispetto reciproco e di condivisione dei pericoli in una sorta di confederazione tra diverse etnie che erano assoggettate ma mai represse. Vorrà pure dire qualcosa se la forza dell’immenso potere persiano fu fondato in gran parte sul principio dell’autogoverno dei satrapi scelti in base al loro alto senso liberale e di rispetto della legge; pagavano certo i tributi ma potevano conservare le proprie leggi e mantenere le proprie tradizioni, parlare i propri dialetti e professare le proprie religioni.
Il popolo iraniano sembra continuare questa orgogliosa tradizione di fierezza con una sensibilità ed una grandezza d’animo straordinaria. Non fece certo la Rivoluzione per sostituire lo scià col nuovo fanatismo dei chierici ma per soddisfare antichi richiami di indipendenza e di libertà forse mai smarrite e che ora si ripresentano con un vigore necessariamente scandaloso e dirompente.

