La Juve è domata. Per l’ennesima volta i banderillero spagnoli hanno infilzato la squadra bianconera con le loro micidiali aste uncinate, con punte di diamante lucente e affilato. Così si vincono le finali di Chiampions. Quando il gioco si fa duro, come si dice, gli spagnoli ci sono sempre, la Juve non c’è quasi mai,
si squaglia. Per noi tifosi juventini questo risultato non toglie e non aggiunge null’altro se non un senso di nausea agghiacciante anche per il rituale assurdo con cui si riproduce; la notte di Cardiff ha dimostrato che oltre all’ennesima sonora, irrimediabile sconfitta si sia consolidata ormai una scoraggiante certezza che testimonia non solo l’incredibile vulnerabilità di questa squadra a inquadrare le finali di Champions ma soprattutto la sua incapacità endemica a giocarsela davvero alla pari.
Sarebbe invece comprensibile come in queste partite non solo bisogna essere bravi e tecnicamente preparati ma serve il coraggio dei titani, dei predoni del campo, dei veri e sontuosi matador come hanno dimostrato i giocatori del Real Madrid. Quando Ernest Hemingway finiva di scrivere un libro esclamava soddisfatto “anche questa volta il toro è morto”.
La metafora fa sorridere ma purtroppo anche questa volta la Juve è diventata toro, un toro con le corna tremule che preferisce porre fine alla sua inebetita resistenza sotto i colpi e le bordate impietose inferte dai madrileni. Noi invece restiamo, da quasi mezzo secolo, con un pugno di mosche in mano, ci organizziamo in mezzo al campo, per dire, al massimo delle nostre possibilità: cioè scompariamo quasi subito, ci nascondiamo fra le linee, copriamo gli spazi con gli occhi e cerchiamo di scrutare con la mano appoggiata a visiera sulla fronte le fasi incerte della nostra sopravvivenza a centrocampo. Inutile la ricerca di una triangolazione, di un assist ispirato, nella totale assenza di un sussulto che possa rimuovere l’affanno della corsa. Dovevamo essere diabolici come aveva auspicato Allegri ma siamo stati nuovamente inghiottiti dal diavolo in persona che ci ha sottratto da sotto il naso quell’attimo di esaltazione e di godimento infilandoci in un disarmante sonno mortifero.
Rimangono sul terreno solo tracce sconsolate e purtroppo già sperimentate di panico e di rammarico, e forse anche di infinita umiliazione. Ci si può riprendere da una storia così? Purtroppo questa sconfitta è una triste realtà, un’amara suggestione che è difficile da digerire, una sconsolata cantilena, una sigla melliflua prima di spegnere il televisore e andare a nanna. Mestamente. Ancora una volta sarà difficile andare a nanna, provare a farsene una ragione, inventare un trucco per assopirsi, perché non basta pensare a quante volte è già successo di perdere così; affiora impercettibile l’idea che non si tratta soltanto di qualche schema sbagliato o svarione difensivo o di giocatori stanchi per il Campionato appena vinto, deve esserci qualcosa di più temerario e fatale se entrano nella porta di Buffon due tiracci da 30 metri sfiorati dai tacchetti dei suoi difensori il giusto per farli andare all’angolino, se la migliore difesa del mondo prende quattro gol infilati con quella prodigiosa sveltezza che solo la sufficienza e l’imperizia di questa squadra fa assumere un alone sordido di mattanza che lascia sconvolti.
E poi sarà difficile sorvolare su quell’invitante creduloneria per cui ogni anno sembra l’anno buono, quest’anno poi la squadra sembra più reattiva, matura, ha stelle di prima grandezza, in tal caso diventa ancora più disarmante l’idea che questa gente improvvisamente sconocchia, gli si sgonfia il petto come tramortiti da una brutta catastrofe e tutto questo succede proprio nella serata in cui avrebbero dovuto lasciare il corpo sanguinante sul terreno, anziché essere richiamati da una condensa viscida, da un risucchio pestifero dell’anima che li porta alla disperazione, allo sconforto, al fascino soffocante e prematuro della disfatta, alla fine sconsolata di un emozione a lungo sognata e ricercata.
Infine la Juve formato finalista non ha avuto scampo. La Juve finalista sembra avere la sconfitta incorporata che non viene certo dalla propria inesperienza o assenza di motivazioni o nell’ abitudine a vincere in una squadra in cui il verbo vincere è servito da colazione a cena fino alla nausea. Dopo la sconfitta con il Barcellona due anni fa si era capito l’antifona di questa dannazione: niente più finali di Champions, per piacere. A che serve disperarsi ogni anno a rincorrere questa coppa quando il destino ci è avverso, quando il dolore accumulato in nove finali è una cicatrice incontinente da cui sgorga solo tristezza e sangue acido, senza atrofizzarsi mai. Con il passare degli anni diventa sempre più doloroso e inconcepibile perdere tante finali, tutte quelle finali. Nell’album della memoria di tifoso si fa fatica a scovare attimi di gioia, invece trovi una fila di sconfitte idiote, che si somigliano, che si perpetuano, sconfitte meritatissime, ma giocate con il marciume cinico dell’ansia, con il trabocchetto sempre in agguato del disincanto, abbattuti ogni volta con un pretesto diverso, sempre più macabro, sempre più irritante ma spietato su cui svetta l’inesatta traiettoria del tiro di Magath ad Atene nel lontano 1983.
Forse è la sorpresa della vita che non ti sorprende più, forse è l’angusto anfratto in cui si rifugia l’incredulità degli sconfitti che si arrendono sul rettangolo di gioco senza poter mai porre rimedio o trovare una soluzione; una squadra forse vittima del suo stesso imbarazzante potere, spietato e malinconico, come tutti i poteri che non sono divini, di una sorte crudele di vincenti ad ogni costo che si piegano e si flagellano per compiacere al batterio insaziabile della propria malattia che si propaga e si incanala per vie a volte misteriose e imperscrutabili, costringendola a volte a giocare senza avversari ma contro se stessa.

