Il centro destra ha preso atto che la sconfitta del referendum è stata in gran parte decretata dalle categorie sociali più disagiate. Quello che le mette più paura riguarda il ripudio dell’astensione, la riluttanza e l’indifferenza che torna a votare, ma questa volta, dalla parte sbagliata. E’ successo che il cosiddetto “popolo silente” si è risvegliato dal torpore e dall’inedia (mai dare per scontate le scelte del popolo sovrano), schierandosi contro una riforma sconclusionata percepita come fasulla e priva di logica istituzionale.
Difatti l’astensionismo punitivo delle politiche si è trasformato in una valanga di voti contrari soprattutto al Sud e nelle grandi periferie urbane, aree storicamente più colpite dalle difficoltà economiche e dall’acuirsi dello svantaggio sociale.
Ciò significa che se la spinta al nuovo non è autentica, se ciò che si propone risulta poco convincente e distante dai suoi bisogni immediati, il soggetto emarginato, il forgotten man, si oppone esclamando il medesimo dissenso prudenziale dello scrivano Bartleby “preferirei di no”. Tuttavia la rinuncia all'astensione, pur trattandosi di un atto di esplicita mobilitazione reattiva, traumatica e inesorabile quasi come una spedizione punitiva, non deve accreditare l’illusione che si tratti di un trasloco permanente nel recinto del campo largo.
Per portare questa gente a superare definitivamente l’astensione alle prossime politiche la sinistra dovrebbe avanzare proposte concrete in grado di ispirare in loro una nuova fiducia e pensieri positivi, rafforzando nella parte più afflitta e trascurata di società la convinzione che sono parte integrante della stessa comunità. Il centro destra perde consensi perché è sentito piatto e inoperoso, ha guidato il Paese un po’ alla cieca, senza nessuna prospettiva, ha vissuto di rendita dal punto di vista economico e senza aver saputo imprimere una direzione univoca ed innovativa, piegato solo alle proprie convenienze, pensando ad annientare ogni sussulto culturale proveniente dalla parte politica avversa, proponendosi con una aurea di assoluta mediocrità, inseguendo pretestuosamente quella che Luigi Manconi ha definito un’“egemonia loffia”.
Oggi si pensa alle primarie ma si è molto indietro nella elaborazione di politiche che pensino a riformare un modello neoliberista totalmente asservito alle lobby e ai potentati economico-finanziari. Bisogna tener conto che in un mondo dove la propria esistenza individuale e di gruppo è misurata in termini di capacità di consumo di oggetti e di visibilità digitale, la promessa della destra (ordine, protezione del proprio, merito individuale) suona più realistica della promessa della sinistra, che appare spesso punitiva o pauperista. C’è una ancora una sinistra che prova un timore quasi reverenziale nel criticare il sistema dei consumi, per timore di sembrare "fuori dal tempo" o nemica del progresso. Ed invece per convincere la maggior parte degli indecisi, bisognerebbe puntare se non al superamento di un sistema sempre più iniquo, almeno a riformarne le parti più abiette che schiacciano il cittadino sul potere dominante del libero mercato. Se invece la classe dirigente di sinistra viene percepita come arrendevole e partecipativa rispetto ad un sistema che promuove l’algoritmo come sua fonte essenziale di ispirazione la sua politica resterà imbalsamata e poco attrattiva, "esteticamente" incompatibile con chi vive il disagio delle periferie soprattutto quando questo sistema mostra le corde e crea feroci disuguaglianze. La sfida che ha innanzi la sinistra di oggi deve partire dalla constatazione che i cittadini che hanno una vita sfavorevole e che hanno sposato la sua causa nel referendum non necessariamente vogliono rivoluzionare il presente, come accadeva sino alla fine del Novecento, magari per renderlo più uguale; rivendica invece il diritto di entrarci dentro. Non chiedono di rompere il "tetto di cristallo" per far passare la luce per tutti, preferiscono scalarlo individualmente.

