L’Agorà era uno spazio fisico in cui si autoconvocavano i cittadini della Polis un paio di volte al mese per deliberare sui temi di interesse comune. Ma era anche uno spazio pubblico per passare del tempo, chiacchierare, scambiarsi opinioni. Nel corso degli anni, l’agorà venne poi sostituita da piazze monumentali in cui convergevano i simboli dell’autorità cittadina: la Chiesa matrice, il palazzo nobiliare e la sede del Municipio. Ciò dava sicurezza e conferiva una forte identità ai propri cittadini.
La grande fame di inurbamento trainato dallo sviluppo industriale, a partire dal dopoguerra, ha via via escluso la piazza come spazio vitale rendendo il cittadino anonimo ed insicuro, trascurato dagli sguardi dei propri simili diventati sempre più minacciosi ed estranei, sguardi “forestieri”, direbbe Bauman. Sono scomparsi del tutto, nelle città, i luoghi d’insieme, gli spazi collettivi. Le nuove generazioni spesso non conoscono e non praticano, per non esserci mai stati, quartieri o anche semplici viali diversi da quelli in cui sono nati e cresciuti. Ci si incontra a grappoli, isolati e separati, da consumatori, nei supermercati. La scomparsa delle sedi dei Municipi nei centri storici (così come le aree di mercato relegate negli spazi periferici), proprio perché distanti dal cuore pulsante delle città, ha aggravato la disaffezione sociale smorzando il senso collettivo di appartenenza, trasformandoli in amorfi avamposti amministrativi, non più enti propulsori di identità sociale.
Nel corso degli anni abbiamo svuotato il centro, senza riempire i sobborghi. Nei cittadini è cresciuto il malessere e il disorientamento sociale. Si è disciolto il legame generazionale con la propria comunità che ora si cerca di vivificare nella spasmodica riscoperta di vetuste tracce di storie comunitarie. Naturalmente il vulnus principale è rappresentato dall’auto. Sebbene i borghi e i centri urbani non sono stati originariamente progettati per le auto, una mobilità “costretta” nell’auto determina l’impossibilità concreta di usare le gambe per spostarsi anche per piccoli tratti, diventando complicato persino passeggiare o usare la bici. L’auto è l’elemento antropologico che lega l’uomo alla sua libertà individuale ma lo obbliga anche ad una dipendenza nociva per sé, in quanto succube di una abitudinarietà immodificabile, e per gli altri, in quanto altamente inquinante.
Pertanto il primo obiettivo di ogni autorità politica dovrebbe essere quello di puntare, gradatamente, ma con estrema decisione, sulla rivoluzione della mobilità, senza farsi spaventare dalla difficoltà di intraprendere misure drastiche e impopolari. Questa consapevolezza è molto più diffusa di quanto si crede a livello europeo dove esistono già città e piccoli centri che, per combattere il cambiamento climatico, trasformano grandi arterie in viali alberati, costruiscono nuovi giardini, favoriscono la valorizzazione del patrimonio culturale offuscato dalla ingombrante presenza delle carcasse metalliche in sosta, puntando sulla riduzione della circolazione veicolare con divieti di percorrenza continua o limitata solo in certe ore della giornata, allo scopo di creare degli spazi vitali di incontro e di passeggio. Il disegno delle città future si decide ora determinati e assolutamente certi di dover arginare gli effetti nocivi provocati dal calore e dall’inquinamento che all’interno di esse si producono, rendendole sempre più invivibili.

