Sanremo è ormai alle spalle. Da quello che ho letto, chi ha seguito il Festival è rimasto senz’altro affascinato dalla musica e dall’esibizione monstre, giudicata all’altezza. Così non si può dire per i testi delle canzoni che, a mio avviso, si sono rivelati di una pochezza espressiva disarmante. Segno dei tempi, si dirà. Il declino intellettuale nuoce alla fantasia e deprime l’ispirazione.
La canzone che ha vinto il Festival “Balorda nostalgia” interpretata da Olly descrive la fine di un amore, di cui resta solo un malinconico ricordo e la vana speranza che tutto possa ricominciare. “Tornare a stare insieme - magari non sarà nemmeno questa sera - Me l’ha detto la signora, là affacciata al quarto piano - Con la sigaretta in bocca - mentre stendeva il suo bucato”. Non è il caso di essere ardimentosi, nell’incertezza, meglio affidarsi alla lungimiranza della signora sul davanzale di fronte, perché, come è stato scritto: il coraggio di vivere, quello ancora non c'è. Michela Marzano ha fatto notare come nei primi posti classificati della gara canora ci sono brani che descrivono uomini afflitti, avviliti, dubbiosi, ben lontani dallo stereotipo del “maschio alfa”, padrone assoluto, sicuro di sé, erede di una mentalità patriarcale dominante che trova il suo sfacciato piacere nel sottomettere la propria donna, dileggiarla, porsi come suo fatale destino. Oggi incombe un tipo di uomo tormentato, sopraffatto da un insostenibile disagio interiore, che ha difficoltà ad elaborare le proprie debolezze, ad avere un approccio consapevole e maturo con l’Altro. La reale traccia di questi testi rivela l’identità fragile e vulnerabile dell’uomo moderno. Non si avvertono intimidazioni, né si esaltano comportamenti esageratamente virili. Scompare dalla scrittura l’amore tossico, non si azzanna alcuna preda e, come canta Lucio Corsi, non ci si vanta di avere la faccia da duro. Permane l’angoscia di un presente volatile e inquieto. Tuttavia il racconto di questi tormenti adolescenziali risulta di una banalità imbarazzante, sostenuto da una terminologia piatta, rudimentale, da concetti basici e indefiniti, che rivelano un’introspezione quasi ombelicale della propria sfera privata, di per sé troppo arida per poter coinvolgere la sensibilità di chi ascolta. Sono testi costruiti con un vocabolario pigro, privo di pathos, povero di immaginazione, che oltre alla fragilità spirituale segnala una precarietà di linguaggio che deve far riflettere sulla capacità delle nuove generazioni di saper esprimere la complessità dei propri sentimenti. Difficile emozionarsi sul testo di “Cuoricini": “Oggi mi sento una pozzanghera, Se l’ansia mi afferra, Con lo sguardo verso il cielo, Ma il morale per terra. Se mi trascuri impazzisco come maionese”.
Sarebbe persino sconfortante abbozzare un confronto con i testi di De Gregori o quelli di De Andrè per come questi, così come altri cantautori di un epoca appena trascorsa, abbiano saputo interpretare, con parole figurate ed elettrizzanti, tanto da colmare lo spazio anelante tra cuore e anima, le traversie esistenziali dei tanti “amici fragili” che ambivano a trasformare l’incertezza del vivere, il vuoto quotidiano, in una visione meno angusta del proprio futuro. Qualche tempo fa Guccini, pressato da una provocazione che metteva in parallelo la sua Locomotiva con Gloria di U. Tozzi rispondeva che dietro ogni sua canzone ci sono dei libri, ci sono delle letture. Ricordava che ci sono pure belle canzoni, anche simpatiche, orecchiabili, che si ascoltano volentieri, però non c'è una storia dietro, non c'è qualche cosa che si chiama cultura. Nei testi di Sanremo, e non solo, latita lo sforzo creativo, manca la stimolo intellettuale in grado di oltrepassare il proprio souvenir individuale per comunicare sensazioni collettive su cui riflettere e far riflettere, in cui potersi smarrire e poi ritrovare. Noi che La locomotiva abbiamo ascoltato e cantato infinite volte sappiamo che dentro quelle rime ogni volta può aprirsi un mondo visibile, e altrettanto ignoto.

