Proibire l’uso del cellulare agli adolescenti, come chiedono a gran voce gli esperti e buona parte della società civile, non sarà per niente facile e questo nonostante l’area del disagio che colpisce i nostri ragazzi e che rivela fenomeni crescenti di ansia e di depressione. Tutti gli indicatori di salute mentale tendono a peggiorare, ma ciò che più preoccupa è il cronico impoverimento del linguaggio.
La tecnologia digitale, unica fonte di ispirazione dei loro sogni e delle loro ambizioni, allontana la parola, rendendola vacua, insignificante. La sua funzione non è più quella di avvicinare il prossimo, ma escluderlo. Il bambino assorbe e viene travolto dal lessico oscuro e patinato del web, che non gli insegna nulla che possa accompagnarlo nel suo percorso di crescita, anche perché non gli arriva attraverso la mediazione e la complicità di una persona di fiducia che lo istruisce, lo guida. Gli spiega. Resta solo a destreggiarsi, ad interpretare un vocabolario ed un modo di esprimersi “adulto”, per lui inadatto, disturbante, di cui non riesce a decifrare il contenuto, a giovarsene, a dargli senso. Il complesso sistema di comunicazione che circola dentro il web non protegge il bambino dalle insidie del mondo, non gli chiarisce i motivi che lo rendono inquieto, non gli indica le paure che bruciano l’animo. E’ un linguaggio suadente che acchiappa, seduce, irretisce, ma che rimbalza nella sua mente ancora acerba, vulnerabile, senza lasciare alcuna abilità cognitiva. Del resto quel linguaggio è stato sviluppato per ben altri scopi, non è finalizzato a formarlo, ad educarlo, ma codificato piuttosto per circuire individui, per mercificare sensazioni, ammansire stati d’animo, non certo a fargli cogliere la magnificenza del mondo. Il bambino intuisce che non c’è nessun legame autentico tra linguaggio e vita, e che pur restandone intrappolato, non gli suscita alcuna attrazione emotiva. Per questo si sente frustrato, preso alla sprovvista, mai all’altezza, alle prese con una terminologia vacua, sincopata, fatta di abbreviazioni ed esclamazioni, punti di sospensione, emoticon, termini amputati o acronimi; tutto tranne una frase compiuta, riflessiva, un lessico chiaro e comprensibile. Rimane schiacciato da un frasario per niente familiare, che non ha mai sentito, che nessuno gli ha mai introdotto, tremendamente difficile da padroneggiare, poco adatto a fargli cogliere le sfumature della vita, a rappresentargli la realtà che lo circonda, a sperimentarla, a scuotere la sua fantasia, a chiarire i tremendi dubbi che circolano nel proprio animo, a stimolarlo nella formazione della sua identità.
Il bambino cerca ad ogni modo di adattarsi alle logiche del digitale per compiacere al desiderio dei grandi, che pensano colpevolmente che l’utilizzo intensivo del mezzo tecnologico serva a farlo diventare sveglio, brillante, moderno. Tuttavia, nella pratica egocentrica e individualista dell’online, così ipertrofica e chiassosa, le parole perdono la loro centralità, c’è spazio solo per se stessi, per il proprio piacere, resta marginale l’interesse verso i discorsi degli altri e questa mancanza di ascolto, questa patologica disattenzione, condiziona inevitabilmente la sua capacità di apprendimento, restando focalizzato sulle sue fumose e appaganti certezze. Ed è ovvio che in assenza di parole gli sarà difficile prendere il largo. Se nel web il bambino resta orfano di parole, nel mondo fiabesco egli scopre il loro primato, pronti a spiegargli i dettagli del mondo, a renderlo esperto di vita. Il vocabolario semplice e accattivante, sempre vivo delle fiabe, stimola la sua immaginazione, intercetta le sue angosce, ma soprattutto, tracciando la differenza tra il bene e il male, gli fornisce una coscienza morale. Nelle fiabe ogni parola conserva la sua sacralità, la stessa solennità che veniva tramandata attraverso il racconto orale e quindi nel rapporto diretto, quasi osmotico che si crea tra chi parla e chi ascolta, dove la comunicazione è singola, intima, senza distrazioni. L’udito penetra nella mente, si amplifica, planando direttamente nell’inconscio. Lo sguardo si illumina, il ritmo diventa incalzante, chi parla e chi ascolta si mettono in cammino all’unisono, in un trasporto sensoriale fatto di premura e di passione e, attraverso il racconto, si propongono al mondo, vanno sulle sue tracce, lo scoprono. L’uso dello smartphone atrofizza la prossimità con l’Altro, la relazione da unica e succosa si trasforma in una molteplicità insipida, dove “molti parlano a molti”, attraverso un linguaggio certamente levigato e perfetto, senza sbavature, ma privo di suspense, senza alcun batticuore, sostanzialmente spento. Con la progressiva perdita del linguaggio umano delegato ad una macchina, con l’esproprio della parola, gli adolescenti perdono il contatto con la realtà, quella vera, disegnandosene una finta, sempre più solitaria e irrilevante.

