Non possiamo essere indifferenti a Kiev. Non possiamo abbandonarla al suo destino in nome di un pacifismo sterile e consolatorio o, peggio, di un inflessibile realismo politico. L’imbarazzo e il discredito coprirebbero il mondo occidentale quale testimone e complice di un aggressione immotivata, vendicativa e brutale, che declama la guerra come unico e solo strumento di presidio ad ogni conflitto umano.
L’Europa si è mostrata, anche di recente, inerte e distratta, lasciando morire la gente per strada in troppe città martoriate, da Kabul a Baghdad, da Sarajevo ad Aleppo, presentandosi spesso disunita e disinteressata, come avvenne nel Maggio del 1453, quando lasciò sola ed indifesa la città di Costantinopoli, le cui sorti sono fatalmente intrecciate a quelle di Kiev, la cui caduta, avrebbe conseguenze nefaste sul futuro politico e culturale dell’Occidente. Perdendo Kiev l’Occidente soffocherebbe sul nascere i primi vagiti di una democrazia liberale che, anche con le sue mille lacune e contraddizioni, gli Ucraini mostrano di preferire a qualsiasi regime autarchico, a qualsiasi oscurantismo ideologico.
Eppure Kiev non si sente distante dall’Occidente quanto lo fu Costantinopoli. Col tempo la Russia si è insinuata nel cuore dell’Europa come gli ottomani fecero progressivamente sulle rive del Bosforo, attraverso il traffico dei loro commerci e la tolleranza delle loro credenze. Costantinopoli era considerata la patria della cultura ellenica, dove si studiava e si discuteva di arte e di filosofia, si dipingeva e si realizzavano mosaici di suprema bellezza. Ancora agli albori dell’anno mille ci si doveva confrontare con i sui antichi splendori, con il suo prestigio di capitale storica del Cristianesimo ortodosso. Kiev, nel frattempo, era già diventata un importante centro mercantile che congiungeva la direttrice che partendo dal Baltico arrivava al Mar Nero portando le merci sin dentro Costantinopoli.
Vladimiro I detto il Santo, ampliò a dismisura i confini di questo vasto regno che fu chiamato Terra di Rus (gente che viene dall’oltremare). Prendendo in matrimonio la sorella dell’Imperatore di Bisanzio riuscì finalmente a consolidare il suo primato, abbracciando la religione cristiana, dando vita ad una conversione di massa del suo popolo, trasformando gli sciamani in monaci osservanti, copiando l’efficiente organizzazione statale centralizzata del mondo bizantino.
Per questo ora Putin gonfia le vele del nazionalismo patriottico rivendicando il diritto di considerarsi l’erede dell’Impero cristiano, rinfocolando la memoria feticcio della Terra di Rus e si permette persino di rimproverare larvatamente l’Occidente di aver lasciato incustodita Costantinopoli alla mercé dell’orda islamica. Difatti l’unico a beneficiare della caduta di Costantinopoli fu proprio il Gran Principe dell’epoca, Basilio II, che si appropriò del vessillo dell’aquila bicipite, simbolo del potere del basileus di Costantinopoli, divenendo il custode della Chiesa cristiana e legittimando così la definizione di terza Roma.
L’errore strategico dell’Europa fu, allora, quello di considerare la capitale bizantina una sua declinante appendice e non come un avamposto essenziale da sostenere come ultimo bastione contro l’invasione turca. Ma i potentati dell’epoca non seppero o non vollero intervenire. Re Carlo di Francia allargò le braccia, Enrico VI di Inghilterra si scoprì pazzo proprio allora, Alfonso d’Aragona re di Napoli era molto vecchio e poco propenso ad invischiarsi in una guerra che non prometteva alcun guadagno. La Chiesa cattolica poteva essere l’unico baluardo alla difesa del patriarcato di Costantinopoli, ma per intervenire pretendeva il ritorno all’unione delle due Chiese con la conseguente sottomissione del clero bizantino all’autorità del Vescovo di Roma. Questo invito, manco a dirlo, fu respinto con sdegno nonostante il pericolo incombente, opponendo sterili discussioni sulla mistica dell’Essenze, traccheggiando su insensate rivendicazioni riguardo al pane eucaristico che secondo la liturgia della Chiesa ortodossa doveva essere necessariamente lievitato.
Questa diatriba era l’immagine più eloquente del disfacimento morale che attanagliava il mondo cristiano. In realtà non c’era mai stata la sensazione di un imminente pericolo, tutto sembrava routinario e tranquillo. Circolava un’aria di superba noncuranza per la giovane età del nuovo sultano a cui non si riconobbe alcuna esperienza di governo, né alcuna smania di conquista. Ad informarsi meglio si sarebbe scoperto invece come sin dalla sua infanzia il sogno del Sultano era proprio quello di conquistare la capitale cristiana, per ricoprirsi di gloria eterna. Ma nonostante le suppliche che l’imperatore mandò per reclamare un immediato soccorso, nessuna potenza cristiana intervenne per difendere i valori della cristianità. Solo nel dolente silenzio e la pietosa rassegnazione dell’ultima ora, considerandosi perduti e ad un passo dallo sterminio, gli assediati si riunirono nelle Chiese per pregare e confessarsi senza distinguere se la liturgia era dispensata da preti cristiani o pope ortodossi. Nel martirio finale si rammaricarono di ritrovare un’unità ormai vana e tardiva. Dopo solo tre settimane di assalto Costantinopoli cadde trascinando con sé un pezzo fondamentale di Occidente, rimasto incredulo della sua stessa inedia.

