“Gesù è nato a Betlemme solo una volta e a Napoli tutte le altre”, ha scritto Luciano De Crescenzo descrivendo l’incantevole mondo del presepe che rinnovandosi ogni anno nel periodo natalizio raffigura il momento centrale del flusso di memoria e di credenze che ha accompagnato la religione cristiana, forse più di ogni
esegesi biblica, cioè la rappresentazione della Natività. Pensare il presepe, e poi farlo, può essere considerato un passatempo ed allo stesso tempo una forma sorprendente di arte popolare, modesta e intrigante, che associa al piacere della realizzazione la testimonianza visibile e fattuale dei primordiali valori positivi dell’uomo, di una visione meno cinica e spietata delle vicende umane, di un desiderio innato di rivincita e di riscatto, di un incitamento verso un mondo meno pretenzioso e più prezioso, meno superbo e più fecondo. Il presepe è la proiezione del nostro sguardo fiducioso quando ritrova la forza di saper contrastare le intemperie che ci assalgono. Si costruisce in silenzio e nel privato una specie di aurora nuova, appagante, immaginifica, modellando, attraverso statuette e paesaggi sinuosi ed arcaici, un micro universo favoloso che rappresenta l’autenticità smarrita, che ripropone l’epoca intramontabile della bellezza e della gratitudine, il cui ricordo, semplice e luminoso, ancora ci coccola. Ricostruiamo il mondo come lo pensiamo, facciamo un po’ di chiarezza sull’angoscia quotidiana senza per un attimo farci trascinare dalle sirene delle illusioni e dei falsi propositi.
Facciamo il presepe, o lo ammiriamo, non solo perché è una tradizione millenaria che richiama la simbologia cristiana ma in quanto coinvolge la memoria culturale di ognuno, anche quella dei non credenti; per questo Papa Francesco nella sua recente visita a Greggio, sede del primo presepe vivente organizzato da San Francesco nel 1223, lo ha celebrato come un “mirabile segno” che ripropone la bellezza della fede, perché il richiamo ad una umanità umile e pura è un messaggio universale compreso da tutti. Il presepe si presenta come un luogo magico dove nulla è reale, tutto è insieme fragile e irregolare, preciso e sproporzionato, minuzioso e ingombrante, per cui tutto è vitale e pulsante. Dentro questa cornice fiabesca celebriamo senza accorgercene i nostri sentimenti e le nostre aspirazioni, recitiamo la nostra parte manovrando gesti e dipingendo scenari. Come scrive Marino Niola il presepe diventa un grande affresco che “fa rinascere la Natività come teatro di popolo…con l’effetto di rendere quotidiana l’eternità”.
Forse per questo continuiamo a fare il presepe, anche se ci costa una bella fatica: prendere gli scatoloni amorevolmente custoditi l’anno precedente, togliere la carta adesiva, prelevare le statuine, togliere l’ingombro della carta, armarsi di colla, polistirolo, sughero, cartapesta, scalpellini, forbici, tronchesine e poi modellare, scolpire, livellare, disegnare etc. Un impegno ragguardevole che pure ci assorbe, ci entusiasma, ci esalta non tanto per la sua ingovernabile tensione creativa, quanto nel sentirci parte e tutto di un racconto universale condiviso da secoli al cui centro scopriamo le fondamenta della nostra civiltà: L’Occidente che sfuma e che parte simbolicamente dal puer (bambino) descritto nella IV Bucolica di Virgilio e dalla sua promessa di una nuova età dell’oro. Uno di quei “bambini meravigliosi” la cui nascita anticamente era acclamata ma fortemente contrastata, per cui venivano nascosti e protetti in qualche anfratto o grotta, proprio in quanto la loro figura incarnava l’avvento di una nuova era, profeti di un nuovo destino luccicante così come lo fu Gesù che, come scrive Maurizio Bettini nel suo libro “Il presepio”, ben presto divenne il simbolo di un “trapasso epocale da una fase di dolore, di ingiustizia e di colpa ad una in cui si affermarono progressivamente pace e prosperità”.
Chi realizza il presepe non si chiede se lo fa per professione di fede ma in quanto “fedele” al mondo incantato dell’infanzia il cui dono più grande è forse quello di sentirsi parte di una umanità gioiosa che non si vuole mai che scompaia ma che si desidera ardentemente che rinasca. Difatti la speranza di un nuovo inizio è ben radicata nell’animo dell’uomo e non tramonta mai.
Questa è la bellezza del presepe, precisare almeno per un limitato periodo dell’anno la vera essenza delle cose sottraendola alla voracità del tempo che scorre e decolora, mettere un punto alle nostre insufficienze, regolare i battiti accelerati del nostro cuore. Non c’è posto nel presepe per barbarie e crudeltà, intrighi e sofferenze. Tutto si svolge sotto la luce notturna, benevola e caritatevole, delle stelle. Fare il presepe significa, anche per poco, reinterpretare un racconto antico e nobilissimo di una umanità che accorre, si identifica, si strugge nella ricerca di un significato più profondo e irresistibile da dare alla propria vita.

