Le provocatorie scorribande di questi adolescenti imbardati con il rocambolesco appellativo di baby gang confermano la teoria per cui i bambini si nutrono, crescendo, del mondo che li circonda, cioè il mondo degli adulti; e perciò,...
inderogabilmente, quello che trovano se lo prendono, assorbendolo in modo famelico e incessante: se trovano miseria si adattano, se trovano violenza delinquono, se trovano arte e cultura si attrezzano. Non per niente si dice che il loro futuro è nelle nostre mani. I bambini non nascono certo con l’innato gusto della degenerazione, con la fobia astuta e perversa di nuocere a sé stessi e agli altri; persino Lombroso dovette ricredersi negli ultimi tempi sulla reiterata tendenza delle ossa craniche di perseverare le innate attitudini criminali. Sembra invece particolarmente suggestiva e non priva di fascino l’affermazione del filosofo Michel Serres che “la costruzione dell’identità non procede solo dall’ambiente umano ma anche, forse soprattutto, dalle rocce, dalle acque, e pure dalle piante e dagli animali”.
Insomma guardandoci intorno capiremo meglio le diavolerie delle baby gang. Città caotiche e rumorose, degrado ovunque, comportamenti inquieti e astiosi, incomprensioni sui diritti, titubanza sui doveri; e poi l’angoscia e la precarietà dominante, le quotidiane violenze amplificate nevroticamente dal web, la preminente lotta dell’uno a fregare l’altro, e, su tutto, lo sguardo assente, apatico, inconcludente della politica. Di questa tensione negativa, di questo mondo all’incontrario si nutre la baby gang. Ovunque e non solo a Napoli, o più al Sud che al Nord. Il mal di vivere e il mal di crescere, si insinuano pervicacemente come un maleficio dentro le anime vulnerabili delle nuove generazioni anche attraverso l’indifferenza e l’analisi distorsiva del fenomeno, glissandolo come mania passeggera, continuando a confondere gli effetti con le cause, in certi ambienti invocando miserevoli inasprimenti di carattere repressivo.
Mi è capitato di leggere di recente un breve e ispirato racconto di Michele Scaranello “La corda del violino”, sulla storia di un bambino appartenente ad una comunità zingaresca costretto dal padre a chiedere l’elemosina agli incroci delle strade. Miseria, prepotenza, sopraffazione e decadimento si intrecciano in questo luogo di sofferenza e di torpore da cui è difficile scappare, simile in tutto ad una prigione in cui sottostare. Una mattina il bambino Kavin mentre si mette al lavoro sul marciapiede antistante una scuola assapora il suo destino. Prima resta incantato dal ritmo melodioso e struggente di un violino suonato da un suo compagno di campo, poi viene trascinato dal frenetico vociare della scolaresca che si riversa nelle aule allo squillo della campanella. In preda ad un prodigioso richiamo naturale quella gioviale esultanza fa scoccare dentro Kavin l'irrefrenabile istinto a correre anche lui dentro la scuola, a sedersi sui banchi, a reclamare le stesse attenzioni ricevute dagli altri, per poi lasciarsi esplodere dentro il suo primo sorriso estasiato, il suo primo impulso verso la libertà.
Forse perché l’istruzione anticipa la libertà. Il bambino Kavin, affrontando furibondi litigi e tremende punizioni anche corporali da parte del genitore, riusce finalmente ad ottenere il permesso di studiare e di imparare, trasformando il servile gesto della sua mano sino ad allora aperta nella ricerca di una elemosina, nel piacere straordinario di impugnare, stringendola forte, la sua prima matita che lo porterà, attraverso lo studio, a comprendere e ad amare la vita. “Avevo voglia di scuola, volevo imparare a leggere. Un morboso desiderio di conoscere il mondo attorno a me si schiantò nei miei pensieri”.
Attraverso la scuola il bambino destinato al crimine e al disonore, alla violenza e al torpore grigiastro di una esistenza torbida e disgraziata, si proietta verso la realizzazione di un futuro senz'altro magnifico ai suoi occhi, fatto di mille strade da percorrere e non da un unico incrocio dove sostare. In un mondo in cui turbe di ragazzini sono lasciati incustoditi e abbandonati al loro triste e sottomesso destino di naufraghi dentro i loro quartieri, in cui la scuola ha perso il suo ruolo di traino e sostegno dei sogni e delle fantasiose utopie dei nostri ragazzi, la storia di Kavin mostra, invece, come sia possibile e auspicabile che dal poco, quasi dal niente, possa nascere e svilupparsi una nuova vita di splendore e di riscatto, sempre che questo segnale sia compreso, incoraggiato, accompagnato.
Cosa sono le baby gang se non ragazzini a cui è stato negato l’amore, la passione per la vita, incapsulati nelle più torride peripezie di strada, spietati, come solo i ragazzini sanno essere, disperati e dimenticati, senza vocazione e senza progetti, a cui noi adulti non abbiamo dedicato neanche il tempo di un fugace saluto mattutino, trascurando invece la delicatezza e complessità del loro percorso formativo, privandoli di qualsiasi essenza e legittimazione, lasciandoli soli, infine, nè la problematica incombenza di dover scegliere fra istruzione e depravazione. Molti di loro, spesso, diversamente a Kavin, non hanno ricevuto alcun sostegno, come la comprensione di una madre nè la caparbia insistenza di un maestro, nessun cenno di fiducia su cui potersi aggrappare per potersi orientare verso un avvenire più prezioso. Il mondo degli adulti non li ha aiutati in questa ricerca.
Pubblicato il 02 Febbraio 2018 su

