Non che faccia alcuna differenza, per il vistoso gap di blasone e sapienza, ma trovandomi nei panni di Eugenio Scalfari, alla domanda, in apparenza futile ma astutamente insidiosa,
rivoltagli da Floris in una recente trasmissione televisiva, cioè per chi avrebbe votato “in extremis” tra Berlusconi e Di Maio, non avrei risposto in quel modo. Probabilmente la risposta giusta sarebbe dovuto essere: “Per carità caro Floris non mi ci faccia nemmeno pensare!”. Se la sarebbe cavata benissimo, lui, con la sua statura e quell’ardore profetico che emana dalla sua barba mistica, con tutto quello che si ritrova ad essere nei suoi novant’anni di sovrintendenza politica, poteva benissimo cavarsela con una risposta così.
Ma non avrebbe dovuto rispondere voterei Berlusconi e, tanto meno, Di Maio. Lasciamo stare poi le giustificazioni ex post. Quello che è detto, è detto. Solo che ci è sembrata una risposta dal sen fuggita. Non mi ci faccia nemmeno pensare, avrebbe dovuto dire, ma evidentemente questo non s’è sentito di dire. Perché nella domanda c’era come incorporata una postilla, un presupposto pacioso e lenitivo che dava per scontato come in questa tornata elettorale non c’era disponibilità di personaggi di sinistra che fossero all’altezza di essere votati, o meglio, di essere “rivotati”.
In presenza di una valida forza di sinistra quella domanda non avrebbe avuto alcun senso. I politologi e i commentatori si sgolano per dimostrare come la sinistra si sia smarrita, non c’è più. Li leggo a volte che sembrano divertiti a invitare i lettori a farsene una ragione. I suoi miti infranti, le sue giaculatorie estirpate, le sue ideologie svanite. Ricordate quel tizio che in un vecchio film ripeteva: interessa l’oggetto? Interessa più a qualcuno il pugno chiuso, la bandiera rossa, e l’Internazionale?, e il fratello non temere che torno al mio dovere? E i sentieri dei nidi di ragno? E la resistenza? E il rigore morale del grande Enrico? Spariti. Vai a spiegare alla nuova gioventù digitale, affranta e derisa, mortifera nel suo vasto spazio cibernetico il valore, il fondamento di questi riferimenti.
Che a parte le scissioni e le frantumazioni piccate e autolesioniste, devono esserci ragioni più profonde se il mondo invece di “buttarsi a sinistra” si ritrova quasi sempre, per default, sulle sponde opposte, attratte dal frenetico ed esaltante edonismo di massa e dalle trame eterne dell’arraffi chi può e meglio. Senz’altro deve esserci qualcosa di più. O forse qualcosa di meno, meno altruismo, meno senso del riscatto, meno utopia salvifica, meno futuro, meno egualitarismo o almeno, come spiegava Bobbio, meno tendenza a rendere più uguali i diseguali. In assenza di questo substrato o pre-condizione la sinistra si annebbia e sparisce, aspetta un altro giro. Traumatizzata e inghiottita da un “capitalismo belluino”, come lo definisce Stiglitz, dalle sue sfavillanti ricchezze, multiple e solitarie, la sinistra non trova più spazio per i suoi riti, per i suoi sentimenti.
Appare persino stucchevole l’espressione ricorrente di dover ricucire la frattura con il nostro popolo, come se esistesse ancora questo popolo. Questo popolo, peraltro ben raccontato, di dimenticati e di esclusi, ha voltato pagina, per i troppi arretramenti, ferite e medicamenti, per le troppe rinunce. Ognuno per sé e per il proprio orticello, poi si vede. Come se il popolo potesse davvero dimenticare, anziché covare una disillusione ed uno scetticismo che prepotentemente risale secernendo bile, con quei comportamenti che Marco Revelli chiama fenomeni dalle lunghe durate che carsicamente tornano a galla dopo che per tanti anni sono stati trascurati e rimossi, comportamenti che richiamano a dei principi basilari, quasi naturali dell’uomo, come il lavoro, l’ambiente, l’importanza del bene comune che fanno parte di una sorta di “centralità assorbente” che, guarda caso, rappresenta il nocciolo che contiene i valori fondativi della sinistra. Perduti questi valori, perde la sinistra, smarrite queste inclinazioni primordiali sopravanza il populismo.
Si rimane esterrefatti ed increduli nel constatare come proprio in un periodo funestato da disuguaglianze e ingiustizie, da prepotenze e lascivia sociale questo popolo è in qualche modo costretto, disgustato, a voltare pagina rimuovendo poco a poco, tutte le ideologie e il desiderio di riscatto, non trovando a sostenerlo una compatta ed energica classe politica proiettata verso una mediocre e colpevole diserzione.
Convincere ora milioni di astenuti e di risentiti a tornare a votare a sinistra sembra impresa titanica, non ci riuscirebbe neanche Garibaldi sulle mura sgretolate del Gianicolo o Napoleone tra gli sterpi bruciati di Borodino. Dovrebbe riuscirci il mite Pietro Grasso? Oppure il sempre giovane Renzi la cui valente capacità strategica è benefica e salutare solo per i suoi oppositori? Facendosi incornare, come un discolo imbronciato, sulla via della grande riforma costituzionale, rimanendo irretito sulle acque sicule, scappellandosi sulla legge elettorale, scommettendo le sue ultime stizzose velleità di riscossa su una commissione sulle banche rilevatasi dannosa?
Ecco perché, infine, Scalfari ha dato quella risposta. Non mi ci faccia nemmeno pensare, avrebbe dovuto dire; invece, anche se furtivamente, contro i suoi stessi principi, avrà dovuto forse riflettere sul repentino soffocamento di quell’enorme credito immagazzinato in promesse spavalde e rottamazioni sperluccicanti, speranze di riscatto a cui per un attimo (quanto è breve il tempo politico!) tanti avevano davvero creduto.

