Questa volta la scelta della versione di latino nella prova scritta di maturità classica ha lasciato tutti molto soddisfatti. La traduzione del testo di Seneca sul valore della filosofia è stata definita agevole, senza particolari insidie, poco contorta dal punto di vista lessicale e soprattutto dal contenuto molto attuale; nello stile epistolare utilizzato da Seneca,
si richiama infatti la necessità di regolare la propria vita attraverso lo studio della filosofia per fortificarla contro le imboscate e i possibili rovesci dell’esistenza. Un appello alle giovani generazioni per uscire dalla costante precarietà di un presente sbrigativo, di una voluttuosa frenesia, in quanto la filosofia “siede al timone e mantiene la rotta attraverso le onde che colpiscono da una parte e dall’altra”.
Versione di latino superata insomma senza particolari patemi d’animo e clamorosi mal di pancia o se vogliamo, con un pizzico di sarcasmo, senza l’assillo fastidioso del vocabolario perché la versione circolava sul web già intorno alle dieci di mattina per cui ci sarà stato comunque il tempo per accostare il testo, rivederlo, ed editarlo alla perfezione. Non dubitiamo ovviamente della presenza di giovani davvero preparati nelle materie classiche ma qui ovviamente parliamo di un fenomeno generalizzato, di sensazioni percepite e non certamente di qualche studente o di qualche insegnante che si danna l’anima nel suo lavoro. Poi gli studenti se possono copiano, gli insegnanti se possono fanno copiare, i burocrati del Miur sono contenti se la prova è stata superata, i genitori degli studenti sono finalmente rilassati. Questa mania della corsa al risultato ha contagiato anche il mondo dell’istruzione per cui la riuscita collettiva nella prova è punto di orgoglio e di prestigio per enfatizzare l’indiscutibile preparazione dei diplomandi.
Chi è preposto al governo della scuola sa benissimo che gli studenti, per responsabilità non proprie, hanno perso da tempo quella passione intrinseca nella forza trainante del latino e la semplicità di certe prove sono un chiaro segnale di adeguamento al ribasso della didattica scolastica. Probabile che ci si trovi in un enorme miraggio che abbaglia e stordisce ma il cui luccichio penetra nelle viscere dell’universo scuola facendone smarrire la sua vera finalità: quella di formare i giovani attraverso la buona istruzione.
Per di più una semplice versione di latino percepita in questo modo asettico e slegata dallo stimolo e dal richiamo alla tradizione classica, indebolendone di fatto la sostanza e trascurandone il suo emblematico riferimento storico, dimostra semmai come si stia perdendo progressivamente il contatto e quel legame millenario con l’immenso patrimonio, artistico e letterario, che ci è stato tramandato e che il filologo Maurizio Bettini chiama “memoria culturale” (A che servono i Greci e i Romani? – ed. Einaudi). Tutto si ferma lì, alla versione consegnata in bella copia e poi addio per sempre alla consecutio temporum e a tutti gli ablativi di questo mondo.
E d’altra parte parafrasando proprio Seneca che si chiede a cosa serve la filosofia potremmo oggi chiederci a cosa serve il latino? Nel caso specifico sarebbe stato forse utile fermarsi dopo la traduzione ad approfondire il significato di quel testo, provare ad attualizzarlo con riflessioni e confronti paralleli con il nostro tempo, decifrare i termini del distacco dei giovani dall’indagine rigorosa, indagare sulla loro fretta o della loro mancanza di pazienza.
Un test di latino dovrebbe avere la capacità, l’obbligo ma anche la legittima presunzione di ampliare la lettura della nostra memoria culturale fatta certamente anche di Omero che scrive l’Odissea raccontandoci del prode Ulisse, ma anche di Dante a cui piace incontrare Ulisse nell’Inferno mettendolo tra i fraudolenti e poi anche di Benigni che spiega e recita, e quindi si confronta, con la poesia di Dante. Ogni volta che citiamo la tradizione classica immancabilmente ci citiamo. Oppure si potrebbe menzionare, in modo lieve, Shakespeare che descrive i turbolenti avvenimenti politici della sua epoca prendendo a prestito la storia di Cesare o ricordare qui il maestro Federico Fellini che si ispira all’immensa mitologia greco-romana centrando su di essa una sceneggiatura, vorace e istrionica, pubblicata post-mortem (“L’Olimpo” – ed. Sem). Questa è la memoria culturale: un andare e venire, un raffronto e un dialogo pressante e impagabile, un allargamento della mente e un continuo scintillare di riflessi, di pensieri e di sogni, un continuo immergersi nella spirale di vicende umane. Per non dire che senza Ulisse ci saremmo persi tutti i ragionamenti e le divagazioni sulla natura del viaggio, sul desiderio, sulla curiosità vissuta come ricerca di nuove emozioni cioè di quella meravigliosa pena che è data agli uomini di cercare virtute e conoscenza.
Non basta una versione di latino per tutto questo, ma serve la piena consapevolezza che attraverso il suo esercizio si tiene in vita quella formidabile catena formativa che parte dai classici ed arriva incessantemente a noi, permanendo nella nostra mente anche dopo il corso degli studi, riconoscendo infine che il suo apprendimento non può essere concepito per insegnare solo la lingua ma, come scrive Bettini ”per aprire più vasti e generali orizzonti di cultura”.

