Ogni generazione che passa su questa terra fatica nel presente e profetizza disastri e cataclismi nel tempo futuro, imprecando sulla stagione di nuvole burrascose che fiuta in arrivo. Di certo non passava giorno in cui mio padre non ricordasse quanto fosse brutta l‘epoca cui si andava incontro. Mala tempora currunt, appunto! diventata una cantilena ossessiva e un po’ malinconica recitata dagli adulti sin dalla notte dei tempi che
presagiva il periglio e immaginava gli impegni cruciali che gravavano sulle spalle della propria prole. Una prole che tuttavia sapevano piena di energia e pronta ad affrontare i pericoli in agguato, domare le insidie, superare le sciagure, riservare a loro volta un prezioso gruzzoletto di doni per il turno successivo.
Persino nella landa desolata e apocalittica descritta da Cormac Mc Carthy nel terrificante racconto “La strada” un padre devastato dalla malattia e angosciato nell’animo tiene per mano suo figlio bambino a cui affida le sorti del mondo; in quella mano c’è tutto il fascino e la fiducia nel passaggio generazionale che viene evocato. Ora quella stretta di mano sembra non tenere più; le preoccupazioni che animano i venti turbolenti che soffiano sulle nuove generazioni sono originate da un disagio ben più profondo, pervase da un complicato senso di colpa, dalla percezione della loro crescente inaffidabilità.
Crudele e imbarazzante sembra la battuta di Crozza nel recente Sanremo: “ E’ partita la gara dei giovani. Godiamoceli, potrebbero essere gli ultimi” Pensava certo alla loro inesistenza come categoria, alla loro progressiva inconcludenza, alla loro fragilità, ma era anche un inconsapevole richiamo agli adulti per averli trascurati, un velato sarcasmo riguardo alla loro perseverante latitanza. Le nuove generazioni non si rispecchiano più in quelle passate anche perché si è rotto il meccanismo del confronto e della rivalsa, come se il tema di Edipo si fosse esaurito e non valesse più la pena riproporlo; al novello Edipo non importa del padre, non lo teme e non lo sfida e neanche, forse, lo cerca più, ma, semplicemente, lo eccede, escludendolo dal proprio orizzonte dopo averlo inutilmente cercato, perché il padre, un padre impaurito ed evaporato, come scrive Recalcati, è un ombra da oltrepassare senza disagio.
La nuova classe di adolescenti è sola e se la sbroglia da sola. Il tempo si è fermato e non c’è più avversione o riconoscenza ma solo grigio disconoscimento, vuota e tremenda fragilità. Ne parla con amorevole trasporto, rivolgendosi ai ragazzi, più da insegnante che da scrittore, Alessandro D’Avenia nel suo libro “L’arte di essere fragili” (con sottotitolo: Come Leopardi può salvarti la vita) incitandoli ad abbandonare questa posizione scomoda, ad accendere finalmente la miccia dell’entusiasmo, ad alzare l’asticella delle sfide impossibili e avvincenti, per scorgere in se stessi il vero significato della vita senza oscurarlo nell’idiozia del presente, nel suo mediocre consumismo, ed infine esortandoli a saper attendere fiduciosi che il seme che è in ognuno trovi il tempo di crescere e maturare.
Un libro di stimolo e di conforto che rovescia la visione scolastica del grande poeta presentandocelo pieno di ardore e di uno spirito indomito poco conosciuto, sempre alla ricerca spasmodica di una esistenza vivida e ispirata, testardo nel trarre nutrimento dalla poesia e da un legame viscerale con la natura, intrattenitore di incanti irresistibili; un “cacciatore di meraviglie e di bellezza intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa cogliere gli indizi”. Cosciente della propria fragilità ma sempre persuaso di poterne superare il limite. D’altra parte non sarebbe stato possibile descrivere così soavemente l’infinito se non in presenza di una straordinaria forza interiore, tanto da poter immaginare l’universo che si nasconde dietro una siepe.
Quanti ragazzi oggi saprebbero affrontare lo stesso percorso ribelle e combattivo, rischioso e avvincente, ribaltando la prospettiva di un insanabile e perdurante smarrimento? quanti fuggirebbero per tentare di realizzare i propri sogni, con la speranza e il desiderio sempre accesi, insistendo nel voler recitare il copione scritto da sé medesimi, preferendo come il poeta “soffrire piuttosto che annoiarsi ed essere infelice piuttosto che piccolo”?
Noi adulti, che ci piaccia o no, siamo parte di questo problema, di questa difficoltà. Ci siamo goduti il panorama ed ora non ci scostiamo di un millimetro, non troviamo il tempo per sottrarre la nostra ingombrante presenza, in gran parte distruttiva per questo scopo, che poi è il vero scopo del nostro passaggio, quello di dare senso e solidità alle nuove generazioni.

