Cosa c’è dall’altro capo del filo? Quale segnale possiamo scorgere, quale verità nascosta, che sia luce o ombra, che si abbia voglia di conoscerla oppure di ripudiarla, cosa saremo capaci di toccare con le nostre mani quando avremo sgomitolato l’ultimo centimetro di filo, mostrandosi finalmente ai nostri occhi? Purché si eviti il male estremo che è quello di restare ingarbugliati nella matassa aggrovigliata e non saperne più uscire.
Cosa c’è dall’altro capo del filo? Ce lo chiede, più che chiederselo, Andrea Camilleri nel titolo del suo ultimo libro.
Capita di dover leggere un libro una seconda volta, se non più volte ed in tempi diversi, per entrarci dentro. La prima volta si cerca più che altro di seguirne la trama, si tiene a mente il quadro narrativo; la seconda volta si inizia ad entrare nel cervello dell’autore ed infine si associano i nostri pensieri ai suoi, tanto da ritenere che l’autore stesso non poteva non essere d’accordo con noi mentre scriveva quella storia, (riconosco l’affermazione piuttosto pretenziosa ma comunque meno delirante di ”Misery non deve morire”), e d’altra parte non leggiamo anche per questo? Per rendere accettabili le vicende raccontate da un altro, diventando a buon diritto suoi complici?
E così nella prima lettura mi è bastato seguire Montalbano, sempre più smanioso e ipocondriaco, seguire il suo percorso investigativo, mandandolo giù tutto d’un fiato, alla ricerca dell’assassino della sua sarta, la biunna Elena, il corpo devastato da 23 coltellate, tranne il seno rimasto intatto. Trovata infine l’omicida però sono rimasto all’asciutto di emozioni, privo di appagamento per un racconto comunque appassionato ma sin troppo mansueto, arrendevole, pacioso.
Trovavo visibilmente alterati anche alcuni dettagli, certi punti saldi: come l’accondiscendenza del signori e guistori Bonetti-Alderighi, l’arguto dottor Pasquano che anticipa a Montalbano le novità emerse dall’autopsia del cadavere e senza accennare alla rottura di cabbasisi, la tenerezza imberbe e non più maldestra di Catarella, la strana presenza del mansueto gatto Rinaldo che lo coadiuva nelle indagini (troppo facile conciliare il filo con un gatto) e poi l’assenza di femmine ammaliatrici con tacco 12 e profilo da pruderie erotiche, presenze tanto fastidiose quanto agognate dal commissario.
Rileggendo il libro mi sono accorto invece che il serpente di luce che attraversa la mente di Montalbano nel suo personalissimo accertamento dei fatti andava oltre lo spunto della vicenda raccontata, e mi è parso chiaro, almeno così ho deciso deliberatamente, che il riferimento principale del romanzo andava oltre il normale delitto e che mentre il commissario cercava l’assassino, l’autore, poco alla volta, con una delicatezza pudica e fanciullesca, ci conduceva verso lo svelamento di un’ ammazzatina ben più grave e raccapricciante.
Così dall’altro capo del filo, a poco a poco emergeva il dramma dei naufraghi, si insinuava la desolante e meschina colpa dell’Occidente contemporaneo di lasciare morire al largo dei propri scogli, tra giardini di limoni e pergolati di odorosi e freschi gelsomini, migliaia di vite umane in una insensata carneficina; Camilleri, ci racconta, lui che ne è stato un figlio prediletto, la vergogna del nostro mare: il Mediterraneo di oggi. Perché questo romanzo si svolge nel Mediterraneo e non in Sicilia, incapace da sola a contenere l’enormità di questa terribile e arrogante sbadataggine.
Anche la visita del commissario alle rovine dei templi di Agrigento come il nome Elena dato alla sarta ammazzata richiama la memoria di civiltà transitate in quel grande spazio che è stato terra e mare, storia e geografia, gemme dirompenti di classicità incastonata nelle grandi vestigia di un sontuoso passato. Dentro a questo mare-mondo, ci ricorda, era in uso il “sabir” (sapere) un linguaggio grezzo, poco raffinato, ma che per quasi trecento anni ha aiutato intere generazioni di popoli, europei e arabi, cristiani e musulmani, a comprendersi meglio nei suoi porti, nelle sue città, in mezzo ai travagli della vita quotidiana.
La fervida luce delle stelle che nel passato rischiarava le sue onde segnandone la via delle imbarcazioni ora si ritrae in un ombra sinistra in cui le rotte conducono in un pianto affollato e avvilente: questo è diventato il Mediterraneo dei naufraghi. Camilleri si chiede: “..quanti tra sti poveri miserabili, erano persone capaci di arricchiri il munno con le loro arti? ……quanta ginerosità dell’omo verso l’omo annava pirduta in quella tragedia che s’arripitiva ogni notte?..” Il risultato dell’indagine di Montalbano viene piegato da una crudele liturgia che nessun governo, nessun potere politico, nessuna coscienza riesce a risolvere, prigioniera del suo affannoso respiro: “..Nzemmula a quei morti, stava naufraganno macari il meglio dell’omo..”

