Non si riesce proprio a credere che una coppia di amanti dissoluti e felloni (come necessariamente devono essere gli adulteri!) possano finire per innamorarsi per dar vita ad una convivenza, per così dire, istituzionale. Sarebbe la loro fine, indubbiamente. Ed inoltre come può una persona intrufolarsi in una storia avventurosa e bollente, piena di rutilanti sotterfugi, continue improvvisazioni tattiche, frenetici e infiammati diversivi erotici e ritrovarsi poi affogato in un catino di acqua tiepida, incartocciato in un involucro tenero e accogliente, ingoiato in un morbido incantamento, arrivando a prendersi una cotta per il proprio complice? Per il proprio amante?
Di questo tratta il libro di Diego De Silva “Terapia di coppia per amanti”, scritto come una mini sceneggiatura per film (mestiere forse preferito dall’autore), che risulta comunque molto piacevole da leggere ed anche molto addomesticato, escludendo qualche futile e diversiva divagazione su cose banali tipo la esegesi di “Every breath you take”, famosa canzone dei Police o l’analisi ontologica di Malafemmina del grande Totò. Questa la trama: Viviana e Modesto sono entrambi sposati con figli, anche grandicelli, che si incontrano e decidono di dar vita ad incontri clandestini in bed & breakfast anonimi e senza reception, come da prassi. Dopo qualche anno però si infatuano vicendevolmente fino a decidere di aver bisogno di andare in analisi per capire se quello che stanno vivendo è qualcosa di più di un rapporto fedigrafo, per dargli un nome ed un contorno più preciso, per dare un volto più autentico al loro destino. Ahimè si imbattono in un terapeuta più incasinato di loro per essersi invaghito da tempo di una sua paziente che lo tiene al laccio e lo fa traballare come un mietitrebbia su una scogliera. Alla fine decidono di fare a meno del terapeuta e di concedersi perpetuo amore.
Ed ecco la scena finale: lei ormai sconvolta e assorta in una passione matura e non più infantile, che sente incontrollabile, corre a sentire suonare il suo amante bluesman in una taverna dal nome toponomastico Voi siete qui, nel mentre lui attacca con la chitarra, in modo magistrale, neanche a dirlo, un pezzo del mitico Eric Clapton riflettendosi negli occhi estasiati della sua Viviana e ..”nel vederla seduta a quel tavolo, disillusa e bellissima, finalmente capisco cos’è che davvero voglio”. Fine.
Ma davvero fine di tutto mi direbbe da suggerirgli a quella testa di uovo lesso e mangiato senza sale, perché da quel momento niente più incontri segreti, niente più brividi, fine delle parolacce, fine del sollazzo, fine delle occhiate luride, fine di tutto quello che ti ha portato sin lì a suonare come un ebete Wonderful Tonight. Ed aggiungerei persino scordatelo, amico mio, di suonare da domani eric clapton in salotto perché le darai sui nervi.
Capita di incontrare coppie sposate da qualche decennio che cercano disperatamente e con grande slancio di ravvivare un ménage ormai instabile e atrofizzato dalla bieca quotidianità, a volte purtroppo anche con miserrime alzate di ingegno, per rinverdire la propria storia d’amore, per catturare antichi sguardi di stupore e di emozione, forse dimenticati, come si racconta nel “Il matrimonio che vorrei” con Meryl Streep e Tommy Lee Jones. La convivenza prolungata lascia sempre in ogni modo momenti di stanchezza e di imbarazzo se non altro perché negli occhi dell’altro si intravedono i segni spigolosi e pungenti del passare prodigioso del tempo: ognuno può ritrovare il proprio naufragio negli occhi del proprio compagno.
E’ tempo, si dice, di capovolgimenti impetuosi, di passioni transitorie, di amori liquidi e poco malleabili. Forse per questo il matrimonio è diventato un tabù per pochi intimi, un feticcio da riserva indiana, una relazione faticosa. Ci si divorzia per poco, ci si arrende al proprio disastro dipingendolo con toni acuti e sprezzanti, finendo sempre per indagare sulle inevitabili traversie dell’evoluzione sociale. La separazione di una coppia stabile ha mille motivi e docili spiegazioni che finiscono sempre però per colpevolizzare il male oscuro della società frantumata e in declino, dispettosa e meschina, sorvolando sulla mancanza di motivazioni personali, sulla persistente fragilità e insicurezza individuale, ed infine sulla resa incondizionata rispetto alle proprie visioni, alle proprie aspettative.
Un matrimonio ha le sue regole e le storie di amanti ne hanno altre, perché altrimenti si finisce per capovolgere anche il piano didattico delle nostre certezze. Per questo una coppia di amanti deve esercitare il proprio diritto a tradire e deve farlo in maniera sconsiderata e travolgente, senza parsimonia e senza riscatto. Rischiando di farsi scoprire ad ogni momento e ad ogni occasione; questo è il sussiego del tradimento e questo è l’altezzoso trionfo della libidine incessante e sudaticcia. Una coppia di amanti che finisce per innamorarsi e mettere su famiglia (un’altra?) è sconveniente e contraddittoria.
Queste cose, per carità, lasciamole alla frustrazione degli sposati.

