Non parliamo di una fuga avventurosa con inseguimento da una città all’altra ma più semplicemente dell’orgogliosa storia di una rivincita. Un’affascinante e spudorata rivincita sportiva costruita con sapienza e passione. La storia di una squadra che dai campi della serie B approda alla finalissima di Champions League di Berlino, ratificando un nobile desiderio.
Perché forse sarà pure vero che il ricordo di una partita di calcio è legata al risultato. Così come l’orrida espressione “conta solo il risultato” ne rappresenta mestamente il misero e funereo resoconto, perché ne smorza tutto il suo fascino. Ma a rendere imperitura e ardimentosa un’impresa sportiva oltre alle cifre delle statistiche e ai freddi numeri degli annali servono soprattutto vicende umane, delicate e audaci come favole, che riescono ancora a farci esultare e ad emozionare.
Togli l’emozione ed hai tolto il fine, ed anche il finale. Una partita di calcio come Juventus-Barcellona ha già nel titolo una proposta di esaltazione e di godimento. Perché il godimento è un assoluto, è un segnale distintivo del divino. Almeno per i tifosi juventini, perchè ritrovarsi a giocare la finale in una partita così suggestiva ed avvincente è sicuramente la realizzazione di un sogno in cui si è stati saldamente irretiti e da cui non ci si vorrebbe svegliarsi mai, perché il tifoso non si accontenta mai. Non vuole sentire ragioni.
Ed anche in momento così, dopo questi nove anni di rincorsa faticosa, di lavoro duro ed estenuante, ci si sente beati in questa dolce e irresistibile avventura, rincorrendo la propria squadra con i pensieri di quella domenica di settembre di tanti anni fa, declassata d’ufficio nella seconda serie, quando gli spettatori paganti erano poco più di diecimila e quando tutta la tristezza del mondo era piombata senza preavviso sulla terra e neanche potevi contare tutte le insidie di quel campionato, perché potevi rimanere incastrato nella tua incredulità o nella tua magnificenza; potevi peccare di immodestia e presunzione, e non risalire mai, preso dall’angoscia di finire annegato nella grande palude della serie B.
E capisci anche che lì su quel terreno di gioco devi decidere se la sofferenza è un valore e se il privilegio del riscatto appartiene agli umani, senza farti risucchiare dalla protervia del destino che ha inchiodato una delle più forti squadre bianconere di sempre in un imbroglio di malaffare tipico e infinito del nostro calcio, dove non si è mai all’altezza e c’è sempre qualcosa di marcio e di avariato che spunta fuori. Ed è proprio nel mezzo di quel pensiero insidioso, tra quegli schizzi di fango fradicio e disgustoso che si è infilato il trailer splendente del grande sogno juventino. Da quel destino beffardo e miserevole è scaturita la storia nitida e prodigiosa del nostro canto libero; questa, e non altro, è stata la nostra grande bellezza.
E magari si vince pure. Ma questa è un’altra storia. O forse è la prosecuzione della stessa vicenda ripetuta ed amplificata, perché contiene lo stesso pathos e la stessa cantilena amara e incredula delle sfide mai veramente vinte, mai pienamente realizzate, mai clamorosamente perfette. Fa parte della tradizione e della malattia Juventina. Un batterio viscido e mortifero, un diabolico e pestifero destino che porta a vittorie sgangherate e a volte colpevoli, come l’Heisel, o a sconfitte atroci e insopportabili come Atene.
Forse a tutto questo non c’è rimedio perché fa parte del nostro Dna, del nostro sommo e pure imbarazzante potere, spietato e malinconico, della nostra sorte crudele di vincenti ad ogni costo e in ogni dove. Ricordo di aver letto che nella realtà di ogni individuo non esistono diversi destini ma solo e soltanto un’unica e identificabile storia che si perpetua e si incanala per vie a volte imperscrutabili la cui logica, se davvero esiste, dobbiamo accettare.
Magari si vince pure, ma questo, in fondo, sarà solo un meraviglioso dettaglio.

