Sono stato a Cuba nella primavera di quest'anno. Sono stato fortunato a passarci perchè credo sarà l'ultima primavera di quest'isola prima del new deal cubano, prima dell'assalto definitivo dei dollari, prima dell'abbandono dei campi e la sostituzione dei machete con il cellulare,
prima comunque dell'uscita dal tunnel della povertà e della disperazione per milioni di abitanti che da anni stringono la cinghia in nome di un ideale scomparso da tempo il motivo che ha determinato quel viaggio, diciamo la spinta ideale, è stata la visita di un luogo sperduto all'interno del Parco Nazionale Zemaitija che si trova in Lituania.In questo posto al centro delle Repubbliche Baltiche non segnalato da nessuna cartina o da indicazioni stradali, che si raggiunge su strade sterrate, rese buie dall'ombra massiccia degli alberi, sino a qualche anno fa si trovava la più pericolosa e distruttiva base segreta atomica dell'Unione sovietica. Ora ci hanno fatto un Museo (il Museo della Guerra Fredda naturalmente). Fu costruita alla fine degli anni cinquanta e abbandonata dalla sera alla mattina, misteriosamente, come per incanto, dalla Glasnost' sovietica e per un decennio successivo nessuno seppe ancora della sua esistenza, neanche gli abitanti della zona limitrofa. Tutta quella immane struttura militare non era altro che un bunker inavvicinabile ed invisibile adibito al lancio di missili dove si accede attraverso cuniculi stretti ed ogni due metri bisognava aprire e chiudere porte in ferro a quattro mandate, dove ti viene l'angoscia solo a passarci. C'erano sistemati quattro silos , compresa una rampa di lancio sotterranea a trenta metri di profondità, che custodivano missili balistici a medio e lungo raggio con testate nucleari a due testate esplosive ognuna in grado di soffiare quasi tutta l'Europa all'inferno in meno di un'ora.
Fu in una di quelle anguste sale sotterranee che mi accorsi di Cuba. C'erano carte topografiche di mezzo mondo disegnate con cerchietti ed accompagnati da numeri e simboli cartografici di dettaglio. Su tutte emergeva una cartina gigante dell'isola di Cuba con la scritta SECRET in alto e vari rettangoli che descrivevano punti obbiettivi da colpire proprio in quanto la base fu utilizzata per puntare i propri missili in direzione dell’ America durante la crisi internazionale cubana dell’autunno 1962.
Decidere la meta di un viaggio a volte somiglia alla scelta di un libro: leggendolo ti suggerisce spesso quello che vuoi leggere dopo. Se avevi visto quella cartina non potevi non andare a Cuba. Ma la Cuba che ho visitato in primavera non era più quella che avevo per decenni disegnato nella mia mente e attraverso la conoscenza della revolution dei quattro barbutos. Che il grande sentiero dell'independencia fosse da tempo immiserito e dimenticato ce ne siamo accorti il 1° maggio a Santa Clara dove sono stati spesi migliaia di pesos per edificare un enorme Mausoleo in onore del Che. Era lì in quella spianata a qualche chilometro dalla città che si svolgeva ogni anno l'anniversario della liberazione con folle oceaniche e ululanti.
Quando ci siamo arrivati con mia moglie attraverso le bellissime e colorate montagne di Topes de Collantes, partendo dalla splendida Trinidad, non c'era rimasto più nessuno. C'erano all'opera gli addetti che stavano già smontando le impalcature e non erano ancora le dieci di mattina. Questa era la fine della revolution e di tutto quello che aveva rappresentato in progetti, ideali, speranze per milioni di persone e non solo cubane. La grande magia rivoluzionaria che tante generazioni hanno amato, sorretto almeno mentalmente, visitato e mitizzato in momenti in cui si doveva affidare a qualche santo lo sconforto e la ribellione che si aveva in corpo. Cuba c'era sempre, pronta lì a sorreggerci, ad animarci a darci una speranza contro i peggiori gringos, gli stelle a strisce, gli aerei apache, i bugiardi dell'alta finanza predatrice, l'ingannevole cultura di massa, il finto progresso, l'ipocrisia asciutta del potere. Il volto sornione del comandante Che Guevara con il labbro di sigaro e il fucile a tracolla, ritratto con il suo sorriso beffardo con una mazza da golf che ancora oggi campeggia nei grandi cartelloni sulle strade di Cuba sorridente e felice della sua perversione, del suo talento, delle sue smorfie e a cui tanti padri hanno dedicato il suo nome ai propri figli.
Ed ora l'ennesima "liberazione" dell'isola di Cuba avviene senza spargimento di sangue e nessun colpo di mitraglia assassina. avviene così in modo pacifico e indolore, figlia dei nostri tempi con mezzi più sofisticati e innocui, almeno all'apparenza. Qui finisce la irrequieta perseveranza nel godere della propria fortuna sentendosi uomini liberi a due bracciate di mare dal colonnello Nathan R. Jessep (interpretato da J. Nicholson in Codice d'Onore) che faceva colazione a trecento metri da quattromila cubani addestrati ad ucciderlo.......
Ci si deve accontentare di due comunicati stampa, due interviste video ampiamente e sapientemente amplificati dai media ad uso e consumo del pubblico entusiasta e amorfo. Una grande storia che oggi ci appare sgonfia, atrofizzata dentro una reclame fastidiosa, più fredda della guerra fredda. Il tragico ruggito di Patria o muerte del barbuto Castro termina in questa sgradevole e melliflua messinscena mediatica da prendere sonno e non svegliarsi che nel tardo pomeriggio. Adjos compagnero ora somos todos americanos.

