Chissà se il neo eletto sindaco di Taranto Ezio Stefàno, ha avuto occasione di leggere un libro pubblicato di recente e scritto dal suo omologo di Forlì Roberto Balzani: "Cinque anni di solitudine" - Memorie inutili di un sindaco - Ed. il Mulino. Se non lo ha ancora fatto glielo consigliamo vivamente per almeno due ragioni.
La prima perché le esperienze umane e professionali di entrambi si somigliano in quanto poggiano su un trascorso (ed un presente) di riconosciuta e apprezzata affermazione personale, interpreti veri di quel pezzo di società civile "prestati" alla politica attiva e quindi non catalogabili nei sempiterni e immarcescibili professionisti della politica; partendo dall'analisi e dalle riflessioni di Balzani, il Sindaco della nostra città, e non solo egli naturalmente, avrà modo di confrontare e riprendere le vicende della sua passata gestione amministrativa ripercorrendone i dettagli di amarezza e disillusione ed anche momenti altrettanto preziosi, di trasporto e di passione civile, oltre che di palpitante coinvolgimento vissuti al servizio della città.
La seconda ragione, ancora più stringente , è perché avrà modo di condividere i nuovi limiti e le nuove fragilità delle funzioni di sindaco, quali conseguenza della crescente perturbazione sociale, dell’avanzante crisi economica in atto, che si materializza nelle pressanti richieste di aiuto provenienti dai quartieri più deboli, dai ceti più colpiti, dalle categorie più bisognose ed esposte; ad onor del vero tutte sollecitazioni ed allarmi sociali frettolosamente rimossi dall’attenzione delle amministrazioni passate un po' per trascuratezza, un po' per mancanza di sensibilità, ma anche perché negli anni appena trascorsi le logiche di governo degli enti locali apparivano molto più spensierate e gaudenti. Come scrive Balzani: adesso sarà obbligatorio gestire lo "sbandamento dell'attenzione verso l'atto della spesa, indicativo di una cultura politica sviluppatasi lungo una straordinaria età dell'oro".
Fare il sindaco in tempo di crisi, insomma, non sarà certo una bella e tranquilla passeggiata. La solitudine del primo cittadino si gonfia e si dipana in questi tempi; forse sarà utile abbandonare, in quanto non più utilizzabili, i vecchi e arrugginiti ferri del mestiere amministrativo, le lungaggini artificiose dei processi decisionali, i tavoli di confronto infiniti, il presenzialismo che inorgoglisce , che lenisce, che tampona ma lascia tutto alla frenetica ed improvvisata gestione dell'istante, ad una sorta di tappabuchi frenetico ed occasionale.
E’ auspicabile invece intervenire e presto con forme ragionate di progettualità di più lungo respiro nel tentativo di abbozzare una visione più razionale e prospettica del proprio territorio, facendo convergere il proprio lavoro quotidiano di Sindaco verso costruzioni più ampie e coraggiose di vivibilità e aggregazione sociale con l’intento di rilanciare l’immagine della propria comunità. Preferire il progetto alla prassi quotidiana: sopportare con sollievo la mancanza di nastri da tagliare, sorvolare le tronfie schermaglie dialettiche tra partiti in cui di solito emerge il nulla e lo scontato, rifuggire dalla ritualità enfatica e noiosissima dei proclami e degli incontri al vertice privi di dignità amministrativa.
I cittadini ormai reclamano dal ceto politico e amministrativo un utilizzo asciutto e senza fronzoli delle leve gestionali per sentirsi restituire dignità e decoro dopo gli enfatici anni delle illusioni e degli sprechi ad uso e consumo di innocue e sempre più nauseate masse plaudenti, con un attenzione maniacale a preservare la propria sopravvivenza e la propria carriera; per dirla ancora con il Balzani finendo per gestire non la cosa pubblica ma "me stesso nella cosa pubblica".
Questo modo anche scriteriato di affrontare le questioni non esiste più come stanno già sperimentando molti sindaci anche se ci vorrà più coraggio ed anche più realismo per sostenere questo passaggio decisivo della propria comunità, producendo programmi meno velleitari e più concreti, meno dispendiosi e più realizzabili, coinvolgendo maggiori strati di cittadini e non i soliti stakeolder smaniosi di parole e portatori sani di immaginifiche e disinvolte ipotesi di realizzazioni megagalattiche a vantaggio spesso dei soliti noti e non certo del bene comune. Da questo punto di vista il Sindaco Stefano sembra avvantaggiato per aver vissuto “pericolosamente” una stagione di affanni ed ostacoli finanziari e comunque riuscendo con legittima soddisfazione e puntiglio che gli va riconosciuto a mettere in sicurezza i disastrosi conti pubblici ereditati.
La domanda di cambiamento, però, è spesso legata ad una sotterranea richiesta di identità collettiva ed ancorata al miraggio di una rinascita culturale sempre agognata; capovolgere il senso e la prospettiva della propria fatica quotidiana ridisegnando un futuro di città adeguato e coerente con il proprio orgoglio e le proprie legittime aspirazioni sarà il vero capolavoro su cui non solo il nostro ma tutti i Sindaci dovranno cimentarsi; ed in questa sfida direi epocale ed eccitante valuteranno in seguito se la loro solitudine sarà ben ripagata con la riconoscenza e la gratitudine di noi cittadini.

